Pubblicato il: 11 Febbraio 2019

Pollock e l’arte della Grande Mela al Vittoriano

“L’inconscio è un elemento molto importante dell’arte moderna e penso che le pulsioni dell’inconscio abbiano grande significato per chi guarda un quadro.” Jackson Pollock

Sarebbe arduo, pressoché impossibile, decifrare l’arte di Jackson Pollock e degli altri esponenti della Scuola di New York senza considerare il contesto socio-culturale in cui operavano. La personalità eccentrica, le storiche interviste per la rivista LIFE, le performance di action painting non hanno solo contribuito a plasmare il mito e l’icona pop dell’artista americano nell’immaginario collettivo, ma anche a comunicare al grande pubblico quali principi estetici, filosofici e – soprattutto – psicologici ispirassero la corrente dell’espressionismo astratto, in grado di apportare una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo dell’arte contemporanea, ribaltando la prospettiva dall’oggetto e dalla rappresentazione alla percezione sensoriale e all’inconscio dell’artista e dello spettatore.

Ancor più della qualità e della varietà delle opere e degli artisti proposti, è certamente questo il principale pregio della curatissima rassegna “Pollock e la Scuola di New York”, in mostra nell’Ala Brasini del Vittoriano di Roma fino al 24 febbraio: la capacità di raccontare, con testimonianze storiche e percorsi multimediali, l’America degli Irascibles, gruppo di talenti capitanati dallo stesso Pollock. Nell’epoca post-bellica, in cui si sgretolano le grandi narrazioni della modernità e si fanno largo le teorie della psicanalisi, la funzione degli espressionisti astratti è quella di trasporre su tela (ma anche carta, vetro, pellicola, spartito) quel che nella letteratura hanno rappresentato il flusso di coscienza di Joyce e l’introspezione individuale di Kafka e Pirandello.

Per dirla con le parole di Andy Warhol – anche lui in mostra al Vittoriano – “il problema dei classicisti è che, quando guardano un albero, non vedono davvero altro, e quindi alla fine disegnano solo un albero.” Al contrario, nelle circa 50 opere in mostra al Vittoriano – tra Pollock, Rothko, De Kooning, Kline, Gottlieb e molti altri – non v’è traccia di rappresentazioni realistiche. Come in una tavola di Rorschach (per riprendere il tema psicanalitico tanto caro a Pollock), la realtà oggettiva svanisce, per lasciare il posto alle sinestesie, alle associazioni cromatiche e, soprattutto, alla libera interpretazione dell’inconscio – individuale, irripetibile e mutabile nel tempo – di ogni persona che osserva l’opera in un dato momento e in una certa condizione psicologica.

L’iconico Number 27 di Pollock varrebbe da solo il prezzo del biglietto, ma le esperienze sensoriali proposte dagli organizzatori – il Gruppo Arthemisia – impreziosiscono ulteriormente la rassegna: un corridoio interamente ricoperto di pannelli video su cui viene proiettato un action painting di Pollock, un grande divano su cui è possibile sdraiarsi per osservare, appeso al soffitto, un maxischermo su cui è proiettata una pellicola del regista e fotografo tedesco Hans Namuth, che riprende il massimo esponente degli Irascibles intento a dipingere su una lastra di vetro.

Quella proposta al Vittoriano è un’occasione unica per comprendere e ammirare in prima persona il meglio della produzione di una delle correnti artistiche più influenti del Novecento, la cui estetica ha ancora oggi un impatto dirompente anche nella cultura e nell’immaginario popolari – si pensi al design di oggetti di consumo o all’arredamento di abitazioni e spazi pubblici. È particolarmente conveniente, inoltre, il biglietto congiunto con la mostra di Andy Warhol, che riporta il visitatore sul piano della concretezza, con l’adulazione dei feticci della società dei consumi, tra un barattolo di zuppa Campbell, una bottiglia di Coca Cola e un ritratto stilizzato di Marylin Monroe.

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