Un calciatore, un Nobel e due nazioni in una

0
8

[oblo_image id=”1″] Se un premio Nobel come Günther Grass ti cita nel libro che racconta il suo secolo, devi aver fatto qualcosa d’importante. E tra i colossi del Novecento, compare un certo Jürgen Sparwasser. Non un filosofo, non uno statista e neppure un rivoluzionario. La sua professione? Calciatore. Un grande calciatore? No, uno come tanti. Noi che eroi non siamo, pensiamo che gli eroi siano sempre belli, forti e portatori di imprese epiche. Sparwasser non appartiene al cliché: per entrare nella storia si è limitato a segnare un gol. Ma lo ha segnato in una partita che non era una partita come le altre, con i tifosi delle due squadre che non sapevano se odiarsi o abbracciarsi. 22 Giugno 1974, Amburgo. 58.000 tifosi sono al Volksparkstadion per la sfida valida per i campionati del mondo tra Germania e Germania. Ovest contro Est ma sempre di Germania si trattava. E anche dentro Gunther Grass regnava la confusione: “per chi dovevo tifare? Per me o per me?”.

La Germania Federale era più forte, più ricca, più tutto. La Germania dell’Est era relegata, accantonata, rinnegata. L’Ovest aveva dalla sua il pubblico, la tradizione, Franz Beckembauer in difesa e Gerd Muller in attacco. Ma l’Est si difendeva con tenacia, resisteva senza arretrare, arrancava senza soccombere. Non poteva far altro che rintanarsi nella propria area: Gianni Brera lo definiva catenaccio, nella sua semplicità rimane il modulo più rognoso da affrontare; l’unico con cui una mediocre accozzaglia può irretire una corazzata. La DDR era composta da calciatori semidilettanti, atleti scartati da altre discipline per cui giocare a pallone era un modo come un altro per sopravvivere. Il calcio però sa essere sovversivo, per novanta minuti può ribaltare gerarchie e valori. Gara che scivola sullo 0-0 fino al 78′ poi la folgorazione. Sparwasser vede un compagno che supera finalmente centrocampo con la palla e inizia a correre. Quando il passaggio lo raggiunge è al limite dell’area ma si ritrova solo contro tre avversari. Ci vorrebbe una magia e arriva. Sparwasser tocca il pallone con la testa chiudendo gli occhi, quando li riapre si accorge di avere eluso l’intera retroguardia “occidentale”. Ancora un appoggio con la coscia e può calciare in rete quel pallone che gli cambierà la vita. A volte per capire che la storia ha voltato pagina serve un po’ di tempo. Beckembauer è così attonito da ripeterlo ai compagni nei minuti successivo come una nenia “Non è successo niente”, ma in realtà era successo tutto. Gli ottomila che avevano superato il muro con un permesso turistico speciale concesso per il tempo necessario a seguire la partita, alzano le braccia al cielo. Grass come tanti tedeschi sa che il risultato è di 1-0 per la Germania, ma non sa se può esultare o deve inveire per quella rete.

Dopo, il calcio ritrova la sua logica. L’Ovest ricco, forte e potente (chiedere agli olandesi dell’arbitraggio ricevuto in finale) vince il mondiale, l’Est viene eliminato nella fase successiva. Sparwasser diventa comunque un eroe per chi abitava dall’altra parte del muro. Per un anno il suo gol sarà la sigla delle trasmissioni sportive, 36 anni dopo la gente ancora lo ferma per strada. E per fortuna anche la storia ha ritrovato la sua logica. Quella partita è stata l’unica tra Germania e Germania. Si può combattere in eterno o può arrivare il momento in cui si capisce che non vale più la pena di combattere. Quindici anni dopo l’onta del Volkspartstadion, sarebbe caduto il muro e la Germania si sarebbe riscoperta unita. Sparwasser aveva anticipato i tempi passando dalla parte dell’Ovest perché non gli andava che qualcuno decidesse per lui cosa fare una volta appese le scarpe al chiodo. Anche se può sembrare incredibile per un calciatore, la sua aspirazione era di diventare professore. I vertici della DDR lo inchiodarono in panchina come allenatore della selezioni nazionali. Di diventare un simbolo non aveva voglia ed è migrato dove si sentiva più libero. Ripensandoci ora, riconosce come sia una fortuna che il suo gol sia diventato anacronistico: “Prima chi sventolava una bandiera tedesca era considerato un militarista, ora è visto solo come un tifoso. Un bel passo avanti, non vi sembra?”