martedì, Gennaio 19, 2021
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Streltsov, 20 anni fa moriva il Pelé bianco

[oblo_image id=”1″] Si dice che se chiedi a un brasiliano di Pelè, si toglie il cappello. Se gli domandi chi era Garrincha, si mette a piangere. Anche la Russia ha avuto un Pelé ed un Garrincha, condensati in un’unica figura: quella di Eduard Streltsov. Chi lo ha visto giocare, giura di non aver più ritrovato nulla di simile.. Purtroppo, in troppi non lo hanno mai potuto ammirare per colpa di una vita più crudele di un romanzo di Dostoevskij, più beffarda di un’opera di Kakfa. Streltsov era un predestinato, un talento immenso nato per dare calci ad un pallone. Così cristallino da bruciare le tappe ed arrivare all’esordio in nazionale ad appena 17 anni firmando una tripletta contro la Svezia che si apprestava ad ospitare i successivi campionati del mondo. Con lui in attacco e Jascin in porta la Russia aveva dominato le Olimpiadi del 1956 candidandosi come favorita per la rassegna iridata del 1958. Lì il mondo conobbe la stella di Pelè, mentre di Streltsov non c’era traccia.

Cos’era successo? Streltsov era intelligente in campo e fuori ma non era furbo. Pensava a giocare a calcio e a divertirsi come si divertono i ventenni di tutto il mondo. Non si preoccupava di essere il simbolo del regime, l’effigie dell’ideologia comunista da esportare in giro per l’Europa. Curava piuttosto il look, si vestiva british, si coccolava il ciuffo biondo da teddy boy e non gli piaceva confondersi nella massa. Molti anni dopo lo paragonarono a Best, il fuoriclasse irlandese del Manchester che della sregolatezza aveva fatto una filosofia di vita tanto da ammettere: “Ho speso gran parte dei miei soldi in macchine, alcol e donne. Gli altri li ho buttati”. Ma l’accostamento inganna: Streltsov non amava gli eccessi, evitava tutto ciò che avrebbe potuto ostacolare la sua carriera. Il problema era quella Russia dove per essere giudicati normali bisognava essere allineati, accettando le imposizioni che arrivavano dall’alto senza discutere. Gli proposero di giocare nel Cska Mosca (la squadra dell’Armata Rossa) e nella Dinamo (la formazione appoggiata dal Kgb): lui rifiutò perché fin da bambino tifava e segnava per la Torpedo. Semplice, troppo semplice.

Ad una festa organizzata nel Cremlino poco prima che la squadra russa partisse per la Svezia, si presenta con camicia alla moda e il solito ciuffo tirabaci. Quella sera viene avvicinato da Yekaterina Furtseva: è l’unica donna ammessa al Politburo ma Streltsov non ne comprende l’importanza politica a Mosca. La Furtseva gli chiede tra il serio e il faceto: “Sposerebbe mia figlia?”, il campione glissa con eleganza: “Sono già fidanzato, mi spiace”. Poi però si lascia andare ad una battuta con un amico “Non sposerei in nessun caso quella scimmia”. Una goliardata, ma viene riferita alla Furtseva e per Streltsov inizia il calvario. L’indomani viene tradotto in carcere con l’accusa di stupro della giovane Marina Lebedeva. Non un carcere qualsiasi, la Butirka, con i suoi metodi tanto infami da divenire celebri. Le giornate trascorrono annacquate, diluite al punto da apparire infinite con Streltsov che si consuma tra la paura per quello che avviene nelle celle e l’angoscia di poter perdere l’appuntamento con il mondiale. L’influenza politica nei processi in quegli anni è tangibile ma anche chi vuole annientare Smeltsov si accorge che l’impianto accusatorio è risibile. Non vi è una prova mentre una dozzina di testimoni sono pronti a giurare che il calciatore non si è mai allontanato con la ragazza. Ma se le prove non ci sono, si possono sempre inventare. Un agente rompe la solitudine di Streltsov presentandosi nella cella numero 55 con sorriso e aria rassicurante. Poche parole per una proposta allettante. Basta mettere una firma su un verbale di confessione precompilato per evitare le lungaggini burocratiche e i tempi tecnici di un processo. Sfruttando la sua fama, gli verrà assicurato un trattamento di favore concedendogli di uscire dal carcere e partecipare al mondiale. Libertà e ritorno al calcio. Streltsov non fa domande, afferra la penna convinto che scrivere il suo nome su quel foglio sia la soluzione per riprendersi la sua vita. E’ una trappola e quella confessione decreta la sua condanna. Lascia la Butirka ma non per andare ai mondiali. La sua nuova destinazione è un gulag. Lavori forzati in miniera a trasportare tronchi d’albero prima, a patire in una miniera di quarzo e uranio dopo. Un inferno che dura cinque anni prima che con l’aiuto di Breznev possa finalmente tornare un uomo libero. Ricomincia da ciò che sa fare meglio. Accarezza di nuovo il pallone con la stessa eleganza di quando era ragazzino. C’è un gesto che ancora oggi in Russia si chiama con il suo nome e che tutti i ragazzini di Mosca cercano di emulare senza raggiungere la perfezione del maestro. Il colpo di tacco viene detto lo Streltsov, un cammeo di un’artista consegnato alle generazioni future. La classe non si cancella, ma la velocità è diversa: il gulag ha prosciugato brillantezza ed esuberanza. Anche a marce ridotte, Streltsov è la stella capace di regalare il titolo russo alla sua Torpedo vincendo facilmente la classifica cannonieri. Non è più il Pelè Bianco, tuttavia è ancora il miglior giocatore russo.  Le cose non sono mai così semplici perché quando la storia ti sgualcisce, non c’è modo di rimettere a posto la piega. Le autorità non gli concederanno la possibilità di abbandonare i confini nazionali e gli intimano di non rivelare alcun dettaglio sulla vicenda del presunto stupro. Streltsov mantiene la bocca chiusa anche in famiglia: è uscito da un inferno, non si può permettere di tornarci per sanare un’ingiustizia. Prosegue la sua carriera sino al 1970 quando un infortunio al ginocchio lo costringe ad appendere definitivamente le scarpe al chiodo. 99 reti con la Torpedo, 25 con la nazionale russa, una statua e uno stadio per chiosare su un talento sconfinato e tormentato come nessun altro nella storia del calcio. La vita fuori da campo di  Streltsov è dedicata alla famiglia: riservato con tutti, ma mai diffidente. Chi lo ha conosciuto si premura di ricordare come non negasse a nessuno un saluto, una foto, un autografo. Perdeva tempo con tutti forse perché non ha mai pensato che fosse tempo perso. L’ultimo strascico dell’esperienza nei gulag è fatale. Tumore alla gola: ad appena 53 anni il più forte calciatore della storia russa dà il commiato alla vita. Prima però chiede ai medici di allontanarsi dalla stanza per gridare con un filo di voce alla moglie quel messaggio soffocato per oltre trent’anni. “Ero innocente: non ho mai fatto quello per cui mi hanno accusato”. La donna già lo sapeva. Lo sapevano tutti. Ma aveva un gusto dolce sentirlo dire – anche solo per una volta – da lui. 

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