Sliding doors: il rimpianto di Andy Roddick

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[oblo_image id=”1″] Sliding doors. Porte che si aprono e si chiudono troppo in fretta, destini che si sfiorano senza incrociarsi, rimpianti e gloria. L’appuntamento con la storia, Andy Roddick lo ha mancato alle 16.21 di un’assolata domenica pomeriggio londinese. Alla vigilia, la finale di Wimbledon contro Roger Federer appariva più impervia delle vette pirenaiche che si apprestano a scalare i corridori al Tour. Ma alle 16.21, tutti i pronostici stavano per essere miseramente sconfessati. L’americano stava costruendo il suo capolavoro sostenuto da un servizio devastante e da un’insospettabile solidità nei colpi di rimbalzo. Aveva vinto il primo set per 7-5 ed era ad un solo punto dall’aggiudicarsi il secondo parziale. Sarebbe bastato appoggiare una banale volee con il campo interamente spalancato: invitante come un treno che ti accompagna verso la meta delle vacanze. Ma su quel treno, Roddick non ci è mai salito. Ha sbagliato il colpo più importante della carriera e ha consentito a Federer di rimettersi in corsa. Poi ha lottato come sempre ha fatto, ha giocato meglio di come abbia mai giocato. Non si è arreso al talento dello svizzero, lo ha trascinato al quinto set. Ma lo sport quando è bello nasconde inevitabilmente una sfumatura carogna. Nonostante l’equilibrio, quell’errore ha continuato ad aleggiare come un sinistro presagio per tutto il match. Fino al drammatico epilogo con quattro dritti steccati  nell’ultimo game che hanno sancito il memorabile 16-14 per l’icona rossocrociata.  Durante la cerimonia di premiazione Roddick non ha pianto, anche se ne avrebbe avuto voglia. In un sussulto d’orgoglio ha esclamato “I’ll be back, Tornerò” ma aveva gli occhi di chi teme non si presentino più occasioni simili. Il tennis è crudele: giochi per quattro ore e mezza, ma un errore può vanificare tutto. Un maestro come Gianni Clerici lo ha definito vincitore morale della finale. Lui è vincitore morale da anni. Si era presentato nel circuito come un banale ragazzino yankee, si è dimostrato un professionista impeccabile mantenendo sempre un comportamento esemplare. Ha accettato che i “due numeri uno” Federer e Nadal gli lasciassero le briciole senza isterismi. Una volta agli Internazionali di Roma perse una partita per eccesso di lealtà: ammise che un colpo del suo avversario era in campo e non fuori come annunciato dal giudice di linea. Ha lavorato con umiltà per migliorarsi ed ha registrato enormi progressi tecnici ad un’eta in cui di solito i tennisti iniziano la parabola discendente. Se è arrivato ad un passo dalla coppa più importante, è merito soprattutto di una volontà ferrea che lo ha portato ad esibire un rovescio irrobustito ed un gioco più variegato. Avrebbe preferito per una volta essere vincitore sul campo e forse lo avrebbe meritato. Ed invece, gli onori spettano a re Roger Federer, a cui è bastata una prestazione umanissima per agguantare il sesto Wimbledon e il quindicesimo titolo dello Slam. Il fuoriclasse di Basilea ha provato a consolare il suo fiero avversario augurandogli di potersi prendere la rivincita: a lui sono bastati 12 mesi per superare il trauma della finale persa con Nadal. Sliding doors: porte che si aprono e che si richiudono. Con un campione americano a cui non resta che sperare di veder passare un altro treno che lo porti in paradiso.

Finale: Federer b. Roddick 5-7, 7-6, 7-6, 3-6, 16-14