sabato, Gennaio 16, 2021
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Simona Atzori all’Università del Dialogo

[oblo_image id=”1″] «Le tue braccia sono rimaste in cielo, ma nessuno ha fatto tragedie». Sono queste le parole con cui Candido Cannavò descriveva Simona Atzori. Ballerina e pittrice milanese. Nata senza le braccia. Ciononostante in quel sorriso, che non abbandona mai il suo volto, si coglie la normalità del suo percorso. Nasce con un taglio cesareo 38 anni fa. Dopo qualche istante il suo pianto rompe il silenzio. Riesce a piangere, nonostante un polmone chiuso. E in quelle lacrime la mamma vede già il riflesso di una ballerina. La immagina correre. Come ricorda Simona, i suoi l’hanno scelta una seconda volta quando è nata. E l’hanno accolta, non si sono limitati ad accettarla.

È così è qui, Simona. È un tripudio di vita. Pittura, danza e vita. Consapevole che i limiti sono in chi ci guarda. Durante l’intervista, le scivola il microfono e così ridendo si scusa perche aveva «le mani un po’ sudate». Simona, non è vero che non ha le mani, ce le ha solo più in basso. È questa la definizione, datale da una bambina, che la ballerina milanese ama dare di sé. Sensibili ali in una vita a colori in cui la bellissima libellula non lascia la possibilità agli altri di vedere limiti in lei.

Tutta la sua vita parte da un sogno. Da quando la mamma in quel letto di ospedale l’ha immaginata danzare con quelle bellissime gambe. E tutta la sua vita non è stato un dimostrare, bensì un mostrare che le cose possono essere fatte anche in altri modi. Un’ordinarietà che diventa straordinarietà agli occhi degli altri.

È un percorso continuo di crescita personale fino alla consapevolezza che l’essere sentita come diversa è un problema degli altri non certo suo. Le sue mani infatti non le servono, perché è stata disegnata così.

È un momento difficile per Simona. Ha perso la mamma la vigilia di Natale. Simona ha perso le sue braccia. Deve riprogrammare la sua vita. Ciononostante non significa che non sia felice, perché la felicità non è il traguardo, è il viaggio. Bisogna essere aperti alle modifiche che la vita ci porta, perché tante cose non siamo noi a sceglierle. E soprattutto non bisogna rimanere mai fermi.

La mamma di Simona, con un filo di voce, prima di morire, ha cantato. Un inno alla vita. E Simona è così. Un canto continuo.

La celeberrima critica, Vittoria Ottolenghi, la signora della danza, ha dato una definizione bellissima del ballo: «È totalità». Ed è proprio così. Simona ogni volta che danza si dà in tutto e per tutto. «È importante – afferma – che il pubblico danzi con me». È riuscita a far volare i prigionieri di un carcere in Kenya. Ha ballato su un telo steso per terra: il palcoscenico più bello in cui emozione e paura si sono scontrati fino a sublimarsi in un senso di libertà per lei e per quegli uomini e quelle donne che la guardavano. È la danza della libertà. È la vita.

Parla sempre al plurale, Simona, quando racconta qualcosa, perché è stata sempre circondata dai suoi magnifici genitori, dagli amici e dalle persone che l’hanno aiutata.

Ha preso la sua vita nelle sue mani, ha creduto in se stessa e si piace con tutti i suoi difetti. Le piace essere senza le braccia e le piace il naso grosso. Ama la diversità, perché è grazie a questa che costruiamo il mondo. Simona ha poi citato l’invito di papa Giovanni Paolo II: «Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro».

E Simona ci è riuscita.

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