lunedì, Gennaio 18, 2021
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Sfruttamento minorile: vera piaga della nostra “cultura”

Nel mondo sarebbero 191 milioni i minori con meno di 15 anni economicamente attivi, di cui 165 milioni coinvolti in situazioni di lavoro minorile vero e proprio e 75 milioni nelle forme peggiori di sfruttamento. Altri 8,4 milioni di minori vivrebbero in condizione di schiavitù. Queste le evidenze emerse dal nuovo rapporto Ires Cgil e Save the Children presentato oggi a Roma. I minorenni stranieri quelli più esposti a rischio di lavoro precoce secondo lo studio “Minori al lavoro. Il caso dei minori migranti”.

[oblo_image id=”1″]“In Italia la stima dei minori di 15 anni che lavorano ammonta tra i 480.000 e i 500.000, di cui circa 70.000-80.000 minori stranieri” ha sottolineato Agostino Megale, presidente dell’Ires Cgil.
Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, presentando la ricerca partecipata realizzata dalla sua organizzazione e basata sul diretto coinvolgimento di un gruppo di minori migranti ha affermato che: “Sono emersi dei nodi cruciali relativi al lavoro minorile e allo sfruttamento del lavoro dei minori stranieri, quali la necessità dei ragazzi di contribuire all’economia familiare, la sovrapposizione che esiste tra lavoro minorile e lavoro nero, il considerare come lavorative attività illegali e, infine, la difficoltà di conciliare il lavoro con la scuola, ma anche con il tempo libero. È su queste problematiche che deve concretizzarsi il nostro impegno, affinché vi sia una ricaduta positiva anche su un altro elemento emerso nelle interviste: la mancanza di un approccio al lavoro basato sui diritti e di una progettualità futura. Il metodo seguito nella ricerca di Save the Children si basa sul diritto alla partecipazione, sancito dalla Convenzione ONU per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza: questo lavoro ha rappresentato senza dubbio un’occasione sia per i ragazzi ricercatori che per quelli intervistati per far ascoltare la propria voce”.

Dall’indagine sono emerse una serie di condizioni di base che tendono a far aumentare la probabilità che un minore si trovi precocemente inserito nel mondo del lavoro.

Tra i più esposti: i minori maschi, in un età compresa tra gli 11 ed i 14 anni, con un’incidenza maggiore all’aumentare dell’età in questo intervallo, di nazionalità straniera, che vivono in una famiglia mono-genitoriale o in un nucleo familiare con più minori, e risiedono in un territorio con un alto tasso di disoccupazione.

Dallo studio e’ risultato che il tratto principale e più frequente che caratterizza il profilo dei minori che lavorano precocemente è quello dell’intensità dell’esperienza: quando un minore è coinvolto in un’attività di lavoro precoce, la sua non è un’esperienza residuale, ma spesso totalizzante, elemento che il più delle volte determina rischi di marginalità sociale soprattutto tra i minori stranieri. È su questo sottogruppo, che rappresenta un aspetto particolarmente complesso e controverso nell’ambito del fenomeno del lavoro minorile, che si e’ concentrata l’indagine. Tra i minori nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni, ben il 25,5% di quelli stranieri ha avuto un’esperienza lavorativa, di contro al 20,9% dei minori italiani.

Le esperienze di lavoro dei minori migranti si realizzano prevalentemente all’interno del gruppo familiare: quasi tutti i minori cinesi (90%) collaborano con la famiglia, mentre nel gruppo dei minori stranieri di diverse nazionalità la quota di coloro che aiutano i genitori è del 56%, a cui si deve aggiungere un 9% che ha dichiarato di lavorare in casa svolgendo attività di aiuto familiare, per un totale pari al 65%. Al contrario, tra i minori italiani si registra la quota più alta di lavoro presso terzi, segno probabilmente di un maggior legame con il tessuto socio-economico e con il mercato del lavoro locale. Una differenza di fondo tra minori italiani e stranieri che lavorano emerge anche in relazione all’entità dell’impegno e alla periodicità del lavoro svolto: il 59% dei cinesi, così come il 42% degli altri minori stranieri lavora tutto l’anno, mentre la maggior parte di quelli italiani lo fa saltuariamente, con un 42% che dichiara di farlo quando capita e un altro 33% solo in alcuni periodi, soprattutto d’estate. Circa il 20% dei minori italiani che lavorano non riceve alcun compenso per la propria attività, percentuale che sale ad un terzo per i minori stranieri. In ogni caso la mancata retribuzione è quasi sempre legata al supporto che i minori forniscono alla micro-impresa familiare o comunque alle attività lavorative svolte per e con i genitori ed evidentemente percepite come una responsabilizzazione dei minori al miglioramento dello status socio-economico familiare. I minori stranieri che lavorano, il più delle volte, continuano ad andare a scuola, mentre per quelli italiani si nota una maggiore tendenza ad assentarsi da scuola a lungo o addirittura ad interrompere la frequenza. Ciò avviene probabilmente perché le stesse famiglie dei minori migranti cercano di garantire ai ragazzi una frequenza più o meno costante della scuola, affinché possano imparare sempre di più e fungere da mediatori linguistici e culturali, aspetto valido soprattutto per i minori cinesi.Secondo la ricerca, esiste una forte diversità anche tra i luoghi di lavoro dei minori stranieri rispetto a quelli degli italiani: tra i primi, 1 su 3 lavora in strada come venditore ambulante o in alcuni casi svolgendo attività di accattonaggio, mentre i secondi dichiarano di lavorare prevalentemente in ambienti “più protetti” quali negozi, bar, ristoranti (40%), con un residuale 12% che lavora in strada. Peculiare il caso dei minori cinesi, il 61% dei quali lavora prevalentemente in laboratori artigianali tessili o di pelletteria nelle diverse città italiane e che risultano esposti a condizioni di lavoro a rischio sia per l’utilizzo di macchinari pericolosi che per i ritmi di lavoro intenso.

In considerazione di quanto emerso nella ricerca svolta, Ires Cgil e Save the Children hanno rilanciato alcune raccomandazioni alle istituzioni:

– venga garantito il monitoraggio quantitativo e qualitativo del fenomeno del lavoro minorile in Italia istituendo una rete di riferimento che coinvolga sia soggetti istituzionali che rappresentanti del terzo settore, e che abbia una particolare attenzione al fenomeno dei minori lavoratori migranti.

– sia data piena attuazione alla nuova edizione della Carta degli Impegni che dovrebbe essere sottoscritta dalle istituzioni e dalle parti sociali nel 2008.

– vengano realizzati percorsi di partecipazione trasparenti e consapevoli di ragazze e ragazzi che lavorano, con una particolare attenzione al coinvolgimento e ascolto dei minori stranieri.

– venga favorita l’emersione del lavoro nero, con una particolare attenzione ai minori stranieri che sono maggiormente esposti a questo fenomeno.

– sia garantita una specifica attenzione alla conciliazione fra scuola e lavoro, sviluppando percorsi che riescano a coniugare la qualità dell’istruzione con l’accesso al mondo del lavoro.

– vengano prese misure adeguate volte a disincentivare la dispersione scolastica.

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