Saldanha, l’allenatore filosofo della squadra invincibile

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[oblo_image id=”1″] Prima di Mourinho, meglio di Mourinho. Joäo Saldanha è stato il più grande allenatore della storia del calcio, eppure tanti non lo conoscono. E altrettanti hanno fatto di tutto per metterlo a tacere. Ci sono due aggettivi che lo accompagneranno per tutta la vita: bravo e scomodo. Bravo, perché qualunque cosa facesse, riusciva a toccare l’eccellenza. Scomodo, orgogliosamente scomodo, perché non aveva paura di prendere una posizione e mantenerla anche quando era invisa a chi deteneva il potere. Come spesso avviene per i grandi della storia – non solo quella sportiva – l’infanzia non di è di quelle ovattate. Ci sono posti in cui prima di giocare, i bambini devono guadagnarsi da vivere così diventa contrabbandiere d’armi al confine tra Paraguay e Brasile a 6 anni. Sarà solo la prima delle sue occupazione: in rapida successione sarà attivista politico, atleta, allenatore, giornalista, scrittore, commentatore ed opinionista. Nei ritagli di tempo filosofo. Combattivo, sanguigno, intransigente. Un lottatore puro, che però fin da adolescente vuole prepararsi al meglio per ogni sfida. La prima battaglia è contro l’ignoranza, la malattia che più di ogni altra impedisce di emergere. Legge tutto ma non è un topo da biblioteca. Va per le strade, cerca di capire la realtà in cui vive per poterla cambiare. Sono gli anni dei sogni, dell’abbraccio con l’ideologia comunista, dell’impegno per difendere i diritti dei più deboli. Completati gli studi, si dedica allo sport. Inizia come calciatore arrivando a vestire la maglia del Botafogo, poi passa al basket. I risultati sono lusinghieri, ma è destinato ad altro. Appende scarpe e scarpette al chiodo senza troppi rimpianti ed inizia la carriera di giornalista. Pungente, dissacrante, provocatore quanto basta: ignora consapevolmente ogni espediente diplomatico per lanciare invettive che colpiscono regolarmente il bersaglio. Si occupa di tutto: calcio, politica, cronaca, storia, togliendosi lo sfizio di commentare come reporter la Grande Marcia di Mao e lo sbarco in Normandia. Penna e pallone si mescoleranno sempre nel suo cammino. Passa dal giornale alla panchina per portare al successo al primo tentativo il Botafogo. Poi litiga con i dirigenti, sbatte la porta e se ne va riprendendosi la sua scrivania da giornalista. Sembra che come tecnico abbia chiuso ed invece nel ’68 arriva la telefonata che cambia la vita. Il Brasile è nel caos: dopo i trionfi nei mondiali del ’58 e del ’62, la Seleçao ha imboccato un tunnel dal quale non sembra in grado di uscire. La rassegna iridata del ’66 si è rivelata un fallimento, la nazionale continua a perdere, mentre le convocazioni sono condizionate dalle pressioni politiche di club, ministri, agenti e dirigenti. Nel momento in cui la federazione sembra aver smarrito ogni forma di autorità, il presidente Joao Havelange, ha un’illuminazione e si affida all’unico sulla piazza con il carisma necessario per riportare ordine e competenza. Saldanha riceve una telefonata ma non apre bocca neanche con i colleghi più stretti. Un giorno prende da parte un cronista della redazione: “Andiamo che oggi presentano il nuovo tecnico del Brasile”. Arrivano in sala insieme, Joao si siede senza dare nell’occhio per alzarsi soltanto quando viene annunciato il suo nome come nuova guida tecnica della nazionale. La prima conferenza è il miglior biglietto da visita per farsi conoscere. Non perde tempo in ringraziamenti o cerimoniali, spiazzando tutti già alla frase d’esordio: “Ai mondiali mancano due anni. Eccovi la lista dei 22 convocati: i primi 11 sono i titolari, gli altri le loro riserve”. Avete presente tutte le cervellotiche elucubrazioni degli allenatori che insistono sui delicati equilibri tattici delle squadra cercando di convincere gli appassionati che il calcio sia una scienza terribilmente complessa? Saldanha proponeva una visione semplificata: se un allenatore ha l’oculatezza di mandare in campo i giocatori più bravi e sa tenere unito il gruppo, la vittoria non può sfuggirgli. Essendo per dimensioni il Brasile più simile ad un continente che ad una nazione dove perdipiù il calcio è vissuto come una sorta di religione laica, è facile capire come mai nessuna rappresentativa possa eguagliare il talento dei carioca. E non c’è bisogno di perdere tempo con linee, schemi e moduli. Il Brasile di Saldanha schierava quattro attaccanti e una mezza punta: nessuna squadra ha riproposto quel sistema, nessuna squadra ne ha mai eguagliato lo splendore. Quella compagine vinceva sempre. Mentre inanellava successi nel girone di qualificazione – chiuso a punteggio pieno – parallelamente cresceva la fama del tecnico che ne aveva forgiato spirito e mentalità. Anche in Europa ne apprezzavano le doti comunicative invitandolo durante la tournee europea dei verdeoro e lo invitavano a rilasciare dichiarazioni per trasmissioni televisive e articoli per la carta stampata. Con la certezza che le domande non sarebbero state liquidate con le solite frasi fatte tipiche dei calciatori. In una visita in Germania, risponde così a chi gli chiede un parere sul genocidio degli Indios in Amazzonia che si sta verificando in quegli anni risponde: “Avete fatto più morti voi voi tedeschi in 10 minuti delle vostre guerre che noi in 469 anni di storia del Brasile”. Si avvicinano i mondiali del 1970 e i carioca fanno paura. Gli inglesi detentori del titolo cercano di far pressione. I commentatori britannici, sottolineando come nessuna squadra europea abbia mai vinto il titolo quando la competizione si è disputata in Sudamerica, insinuano che gli arbitri in Messico finiranno per favorire le squadre di quel continente. Saldanha è semplicemente folgorante.
Voi inglesi siete tutti onesti, vero?” “Certamente” risponde il cronista prima di essere gelato dalla risposta del tecnico “E se siete tutti così onesti, che ve ne fate di Scotland Yard?” Ma i veri nemici sono all’interno. I trascorsi politici di Saldanha e la sua ostilità verso il regime militare lo rendono indesiderato ai vertici politici. Il tecnico non accetta compromessi o inferenze nel proprio lavoro. Alla richiesta del presidente della giunta fascista Emilio Garrastazu Medici di convocare il pupillo Dario risponde: “Lui non mi ha interpellato quando era il momento di scegliere i ministri. Quindi si preoccupi dei suoi affari e lasci a me le cose serie…”. E’ troppo. Neppure un ruolino di marcia immacolato lastricato solo di vittorie può garantire il posto a chi si ribella al regime. A pochi mesi dall’inizio della competizione iridata, Saldanha viene sollevato dall’incarico e sostituito con Mario Zagallo. La prima mossa del nuovo tecnico – casualmente – è di inserire nella lista dei convocati il raccomandatissimo Dario. Poi , però, ha il buon senso di non dissipare il lavoro del suo predecessore intervenendo il meno possibile. Una specie di tecnico di facciata che seguendo il consiglio del gruppo si limita a proseguire sulla strada tracciata. Lo schema è lo stesso, la formazione è identica a quella annunciata da Saldanha con due anni di anticipo. Anche i risultati sono uguali. Il Brasile vince tutte le partite compresa la finale surclassando l’Italia con un sonoro 4-1. Dario? Non giocherà neanche un minuto. Saldanha si godrà il successo della sua squadra da lontano: tutto il popolo carioca e lo stesso Zagallo gli riconoscono i meriti di aver plasmato quel capolavoro valso la conquista definitiva della Coppa Rimet. Dopo Joao torna a fare il commentatore. Ed è proprio mentre lavora come corrispondente per la televisione che muore durante i mondiali di Italia ’90. Chiedete ancora oggi agli storici del pallone quale sia stata la formazione più forte di sempre. Vi risponderanno il Brasile del ’70. Domandate chi fosse l’allenatore. Vi diranno per intero il nome di Joäo Alves Jobin Saldanha.