Miseria e nobiltà: va in scena un nuovo adattamento

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[oblo_image id=”1″] Una delle commedie più famose della drammaturgia italiana, cavallo di battaglia dei più grandi attori napoletani, e non, del secolo scorso, ritorna in un nuovo allestimento messo in scena da Geppy Gleijeses, affiancato da Lello Arena, Marianella Bargilli e alcuni tra i migliori caratteristi del teatro napoletano.

Scritta nel 1888, la trama della commedia, che ha come protagonista Felice Sciosciammocca, celebre maschera di Scarpetta qui interpretata da Gleijeses, gira attorno all’amore del giovane nobile Eugenio per Gemma, figlia di Gaetano, un cuoco arricchito. Il ragazzo è però ostacolato dal padre, il marchese Favetti, che è contro il matrimonio del figlio per via del fatto che Gemma è la figlia di un cuoco. Per trovare una soluzione, Eugenio si rivolge quindi allo scrivano Felice, il quale, con lo spiantato Pasquale (Lello Arena) e la sua famiglia, si introdurrà a casa del cuoco fingendosi i parenti nobili di Eugenio.

Un adattamento presentato integralmente in italiano, che parte dal testo originale di Eduardo Scarpetta, ispirandosi però anche ad altre fonti. «Ho operato il mio adattamento – scrive Gleijeses nelle sue note di regia – lavorando su varie fonti disponibili: il testo originale, la versione di Eduardo De Filippo, il film di Mario Mattoli, il film con Vincenzo Scarpetta, lo spettacolo di Mario Scarpetta, ecc. È strano, ma comunque lo si legga, dal riformatore della commedia napoletana, il “borghese” Scarpetta, viene fuori una pièce e una condivisione delle ragioni dei miseri che lo avvicina più a Gor’kij che non a Wilde: più ai pezzenti che ai nobili».

E infatti si passa da un primo atto – la “miseria” – esangue e affamato, in un palcoscenico nudo, popolato di morti viventi che si azzannano tra di loro e che hanno perso qualsiasi dignità, in cui si ride, ma amaramente, fino ad arrivare a una seconda parte – la “nobiltà” – dove tutto è finto e luccicante e tanti finti nobili travestitisi nella sartoria del Teatro San Carlo.

«Di Miseria e nobiltà – prosegue Gleijeses – come di tutti i capolavori, si crede di sapere tutto, ma oltre il gioco scenico che abbiamo rispettato fino in fondo, ci sono e si scoprono sempre nuove spigolature, angoli visivi insospettabili che fanno di un bel testo un classico eterno».