Matthias Sindelar e la partita d’addio alla vita

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[oblo_image id=”1″] C’è una storia così bella che se Sylvester Stallone avesse avuto modo di conoscerla per tempo forse avrebbe rivisitato la sceneggiatura di Fuga per la vittoria. E’ una storia di una partita che i giocatori non volevano giocare, di un campione che segnò sapendo che con quel gol dava l’addio al calcio. E alla vita. Matthias Sindelar era il Messi degli anni ’30. Mingherlino, fragile, insignificante alla vista. Glielo dicevano ad inizio carriera: “Il primo difensore che ti prende, ti spezza”. Era vero, ma prenderlo non era così facile. Sindelar aveva una leggerezza col pallone tra i piedi che non si era mai vista prima e che non si vide dopo. Accarezzava il cuoio quasi con devozione, saltava gli avversari con finte appena accennate, evitava i contrasti passando la palla con un attimo d’anticipo. La sua nazionale era l’Austria, ma non una formazione minore come adesso. Allora era il Wonderteam: avrebbe potuto vincere i mondiali del ’38. Ma a quei mondiali non partecipò. Perché? Non c’era più la nazionale austriaca. E perché non c’era la nazionale austriaca? Semplice, perché non c’era più l’Austria. Anschluss: la Germania nazista annette l’Austria e per “festeggiare” organizza una partita amichevole. Dopo sarebbe esistita soltanto una squadra da esibire come orgoglio del regime. Per uno che fa il calciatore e che non ha voglia di immischiarsi con ciò che succede fuori dal campo, si sarebbe trattato soltanto di cambiare maglia, di trovare l’intesa con i nuovi compagni e di provare a vincere i mondiali. In fondo, era quello il sogno di Sindelar da bambino. Tutto apparentemente facile. Molto facile, forse troppo. E così Sindelar decide che non avrebbe giocato con una maglia con appiccicata una svastica. Gli rimaneva una gara, quella che per gli altri era una festa e che per quelli come lui era un funerale con tanto di gerarchi nazisti in bella mostra sugli spalti. Prima della gara agli austriaci era stato dettato una sorta di vademecum. Non dovevano vincere e qualora qualcuno avesse segnato era obbligatorio il saluto con la mano alta verso il Fuhrer. La partita si conduceva tristemente verso il pareggio quando Sindelaar decise che dopotutto il calcio era sempre calcio. E per un ultima volta fece quello che sapeva fare meglio. Eluse i difensori, guardò il portiere con la coda dell’occhio e lo lasciò immobile con un tiro che assomigliava ad una pennellata. Elegante, morbido, irresistibile. Aveva ancora una possibilità: sarebbe bastato girarsi verso la tribuna e alzare il braccio. Ma il saluto nazista non era un saluto qualunque. E allora esultò come esulta chi segna un gol qualunque. Con gioia, inscenando una sorta di danza per regalarsi almeno un attimo di libertà. Con quella partita non finiva soltanto la carriera di un campione, si chiudeva anche la vita di un austriaco che come tanti austriaci non accettava di far par parte di un sistema totalitario. Il corpo di Sindelar venne ritrovato il 29 Gennaio 1939. Gli inquirenti si affrettarono a chiudere il caso come incidente adducendo come motivazione un avvelenamento da monossido di carbonio. Ma quella tesi non convinse nessuno anche perché si scoprirono i rapporti della polizia che evidenziavano antiche origine ebraiche del fuoriclasse. Ai funerali parteciparono 40.000 austriaci: era il commiato di un popolo ad un campione dal fisico mediocre ma dalle idee chiare. In campo e fuori.