Marzabotto e L’Aquila, a Roma è l’ora della riflessione

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La guerra non ha pietà. Solo la casualità, la fortuna, o chiamatelo pure destino, può risparmiarti. Ma quello stesso destino può portare via il tuo mondo, le tue cose, la tua vita. Che solo fino a pochi giorni prima scorrevano lenti, inesorabili, da sempre gli stessi. Come dopo non potranno essere più.

Il terzo e ultimo film italiano in concorso, “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti, ci catapulta direttamente sulle pendici di Monte Sole, Marzabotto, nel settembre 1944. Un nome che da allora in poi ha significato, con Sant’Anna di Stazzema, una delle peggiori stragi di civili commesse in Italia dalle truppe tedesche occupanti durante la Seconda Guerra Mondiale. Un paese come tanti altri sull’Appennino tosco-emiliano, toccato da una sorte che alla fine lascia sul campo 770 vittime.

Diritti, autore dell’applauditissimo “Il vento fa il suo giro”, decide di affrontare un tema molto rischioso puntando il più possibile sul realismo. La vita quotidiana dei contadini, l’uso del dialetto emiliano (bravissime Maya Sansa e Alba Rohrwacher a imparare in breve tempo la “lingua” del posto), la ricostruzione del villaggio appena due colline più in là rispetto ai luoghi originali rendono la pellicola quasi un documentario, una nuova “Notte di San Lorenzo” che non ha niente da invidiare ai Taviani.

Uno sguardo, quello dell’autore, talmente realistico da attirarsi le critiche di chi l’ha definito un “revisionista”. Accuse rispedite immediatamente al mittente. “La guerra – ha spiegato Diritti in conferenza stampa – porta le persone a modificarsi. Non ho voluto utilizzare gli stereotipi. Non ho fatto vedere nazisti con il cane lupo. Qualcuno ha detto che i partigiani (c’è una scena in cui se ne vedono due guardare con un binocolo la deportazione di quelle che saranno poi le vittime di Marzabotto), in quell’occasione, avrebbero potuto fare di più, ma è altrettanto vero che nessuno, neppure loro, potevano immaginare quello che sarebbe successo. Non si considera poi che l’uomo è un essere che ha paura, insomma il revisionismo mi dà un po’ fastidio”. Ottima anche l’interpretazione di Greta Zuccheri Montanari, la bambina attraverso i cui occhi vediamo tutto l’evolversi della vicenda, e che aggiunge quel tocco di verità che mette in pole position “L’uomo che verrà” tra i film in concorso. Almeno tra le pellicole italiane.

Dal passato remoto al passato prossimo, all’Auditorium c’è stato spazio anche per la presentazione di due lavori sul terremoto che lo scorso 6 aprile ha devastato l’Aquila: un cortometraggio realizzato dagli allievi dell’Accademia dell’Immagine con la supervisione di Gianfranco Pannone, “Immota manet”, e il primo dei sette film che Daniele Vicari insieme agli aquilani Mauro Rubeo e Pietro Pelliccione stanno realizzando per raccontare giorno dopo giorno la rinascita del capoluogo abruzzese.

L’Aquila bella mé” è un progetto a cui Vicari ha lavorato insieme a Valerio Mastandrea, e che a poco a poco ha cambiato volto nel corso della lavorazione. «Questo documentario all’inizio voleva parlare del rapporto terremoto-mass media, capire come mai era diventata tanto centrale questa città in genere trascurata dai mezzi di comunicazione, perché volevano tutti cavalcarla – ha spiegato Vicari dopo la proiezione – Ma poi è scattato qualcosa di diverso quando ci siamo resi conto che, come accaduto a ‘Porta a portà l’8 aprile, due giorni dopo il sisma, quando a un certo punto del programma di Raiuno si sono spente le luci del programma e tolta la voce ai terremotati». Comunque, continua ancora Vicari, «nessun intento polemico, o politico, ma abbiamo sentito l’esigenza di raccontare come la città risponde davvero a questa tragedia dopo sette mesi”. Il film in realtà è ancora un work in progress, iniziato proprio l’8 aprile, due giorni dopo il terremoto, per ora si sono ricavati settantacinque minuti di filmato dai primi settanta giorni di riprese. “L’Aquila bella mè (titolo di una canzone popolare) – spiega Pelliccione – racconta tante cose che non si vedono in tv. Ad esempio, come oggi più che parlare di ricostruzione si debba dire che si sta solo costruendo. Una cosa molto diversa. Ovvero si fanno case lontane da quelle in cui gli aquilani vivevano mentre il centro storico della città muore”.