L’ultimo volo di Kocsis: testa d’oro della grande Ungheria

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[oblo_image id=”1″] Lo chiamavano testa d’oro. Non aveva i capelli biondi, non si distingueva per trovate geniali, ma non si era mai visto su un campo da calcio uno così implacabile nel gioco aereo. Rimaneva sospeso in area un tempo indefinito, sufficiente per anticipare il difensore avversario di turno; volava sopra gli altri, fluttando prima di impattare il cuoio. Usava la fronte come una sponda da biliardo indirizzando il pallone sempre a fil di palo dove il portiere non poteva arrivare. Trasformava ogni passaggio dei compagni in oro, ecco spiegato il suo soprannome. Sandor Kocsis era l’attaccante della nazionale ungherese quando l’Ungheria era la vera Ungheria, quella che dettava legge nel calcio. Una squadra da sogno con Puskas come mezzala, Bozsik capitano e Szebes come allenatore. Però, in patria non si prestava tanta importanza ai ruoli in campo quanto ai titoli riconosciuti fuori: a Budapest li conoscevano come il colonnello Puskas e il deputato Bozsik. Il regime comunista si vantava di quel gruppo invincibile che dominava in Europa e concedeva ai campioni onorificenze e privilegi. Era un modo per carpirne il prestigio esportando una delle poche immagini felici del Paese: per i fanatici della diplomazia si tratta di una classica operazione di restyling, più semplicemente la si può definire strategia del paraculo. Dal ’50 al ’54 nessuno è riuscito a contenere lo strapotere dei magiari: i primi ad espugnare Wembley, campioni olimpici ad Helsinki nel 1952, innovatori tatticamente con un centravanti arretrato, superiori sul piano fisico e impareggiabili sul piano tecnico. A Kocsis la politica non interessava: sapeva che la libertà dei connazionali era minacciata, ma lui godeva di una particolare protezione. In campo si preoccupava di segnare e lo faceva con una continuità imbarazzante. Rileggendo i dati della sua carriera si rimane impietriti: 75 gol in 69 partite con la nazionale ungherese, 153 reti in 149 presenze con l’Honved, una sorta di Barcellona di metà ventesimo secolo. Fuori dal campo, si teneva lontano da lotte sociali e logiche di regime, accontentandosi di divertirsi con Bacco, tabacco e Venere. Dopo gli allenamenti, i giocatori erano soliti ritrovarsi in qualche locale accompagnati dalla ragazza di turno con in mano sempre un bicchiere pronto per un nuovo brindisi. La vita di Kocsis è allineata perfettamente: dosa professione e svago, batte record in campo e sorride fuori. La ciliegina sulla torta dovrebbe arrivare dai mondiali: ai nastri di partenza della rassegna iridata che si disputa in Svizzera nel 1954, i magiari sono i favoriti d’obbligo. Il cammino di avvicinamento alla finale è trionfale. Nove gol contro i malcapitati coreani, otto contro i tedeschi, quattro reti a testa per regolare Brasile e Uruguay, le finaliste della precedente edizione. In tutte le gare, Kocsis va a segno: è il braccio armato di una corazzata che spazza tutto ciò che trova sulla propria strada. L’epilogo prevede la rivincita con la Germania Ovest: appare poco più di una formalità dato il risultato conseguito nel girone di qualificazione. Dieci minuti e l’Ungheria è avanti 2-0. Sarebbe fatta, Kocsis vede la Coppa esposta a bordo campo e pensa che tra poco potrà sollevarla al cielo. Quella partita però assomiglia ad un sortilegio. L’Ungheria è stanca ed è normale perché è reduce dalle lotte senza quartiere delle gare precedenti, i giocatori tedeschi invece non corrono. Volano. Minuto dopo minuto, la Germania alza il ritmo. E dopo l’intervallo, i tedeschi diventano furie: vanno al doppio della velocità, arrivano prima su ogni pallone, ribaltano il risultato. A 6 minuti dalla fine giunge il gol che consacra la RFT campione del mondo per la prima volta. Come fosse possibile è un mistero per chi è allo stadio o segue la cronaca della partita alla radio. Un indizio che aiuta a svelare l’arcano si trova nei referti medici: quasi tutti i giocatori tedeschi accusano malori nei giorni successivi alla finale mentre i dubbi su che cosa abbiano preso prima della partita si rivelano molto più di una semplice maldicenza. Ma questa è un’altra storia. La verità è che per Kosics arriva la prima vera grande delusione della vita. E’ un colpo duro a cui prova a reagire: in fondo, è ancora giovane, potrà puntare al titolo e non è così viziato da pensare che si possa sempre ottenere ciò che si vuole. Poi però arriva la storia, quella vera, quella che non si accontenta di riempire almanacchi e annuari sportivi ma che scavalca i sogni, ignora le volontà delle persone piegandole al proprio corso. In Ungheria scoppia la rivoluzione prima, la repressione dopo con i carri armati che entrano nelle città. I giocatori della nazionale vengono mandati temporaneamente all’estero per far credere al resto del mondo che tutto vada bene, quando in realtà non va bene niente. Kocsis trova asilo in Svizzera allo Young Boys e decide di non mettere più piede a Budapest. Le autorità magiare gli negano per un anno la possibilità di giocare e lui per guadagnarsi da vivere è costretto a vendere elettrodomestici. E’ il momento della prima vera grande crisi, inizia a bere, si trascina quasi per inerzia, privo di ogni slancio. Utilizza gli ultimi soldi per far arrivare a Berna la moglie e la piccola figlia. Della nazionale non vi è più traccia, la rivincita mondiale rimane nella testa e nel fegato di chi come Kocsis si accorge che la discesa dalla cima sa essere rapidissima. C’è ancora una fiammata: arriva la chiamata del Barcellona e testa d’oro può finalmente tornare a fare ciò che sa fare meglio. Tanti gol in blaugrana e tanti trofei: due campionati, due Coppe di Spagna e una Coppa delle fiere. Non esulta più perché non c’è più nulla da festeggiare; anche il calcio è diventato triste. Al di là del campo, della politica, della storia, il vero avversario è dentro di lui. La depressione ne ha asciugato il sorriso, ha consumato lo spirito, ne ha vanificato ogni velleità. Finché la sensazione di essere divorato dall’interno, diventa qualcosa più di una sensazione. Comincia ad accusare fitte lancinanti allo stomaco, deve affidarsi ad antidolorifici ma il loro effetto è sempre più effimero. Non ha più voglia di combattere, le giornate oscillano tra momenti di torpore e ore di sofferenza pura: si sveglia non aspettando altro che arrivi sera per potersi coricare nuovamente. Viene ricoverato in una clinica di Barcellona dove i medici iniziano ad eseguire i primi accertamenti, nonostante i sospetti siano più che avanzati. Kocsis gioca d’anticipo, si affaccia alla finestra della sua camera d’ospedale, senza preoccuparsi di osservare il panorama. L’unica cosa che controlla è che sia abbastanza in alto: per spiccare un altro volo. L’ultimo.