L’esodo dell’Italia Orientale: memorie di terre dimenticate

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[oblo_image id=”1″] Tanti anni fa, un personaggio croato molto importante mi contestò l’italianità dell’Istria dicendomi come attenuante che si trattava di pura propaganda militare espansionistica di Mussolini e di non credere alle dicerie che si scrivevano in Italia; allora io risposi come mai in quelle terre si parlava dialetto veneto da secoli e soprattutto come mai in ogni centro abitato vi era un campanile in stile veneziano. Non ottenni nessuna risposta! Bastò questo breve botta e risposta a farmi capire che forse il problema era molto più complesso di quello che sembrasse… Dieci febbraio del 1947, la neo-nata Repubblica Italiana conosce una disfatta cocente e quasi denigratoria nei suoi confronti da un Trattato di Pace che peggior nome non potrebbe avere per quello che realmente interpretava in quel momento;forse sarebbe stato più giusto chiamarlo Trattato della Congiura o Trattato di qualsiasi cosa si deciderà purché sia anti-italiana. Ecco, questo è il concetto di base con cui venne accolto il povero ed inerme Alcide De Gasperi in un Congresso-farsa a cui forse era già mestamente preparato e sicuramente non avrebbe mai pensato di dover difendere il suo popolo da accuse tanto penose quanto laceranti. In primo luogo, trovatosi di fronte alle proposte di smembramento della vasta area orientale italiana ormai saldamente in mano jugoslava e accuratamente selezionate dalle quattro nazioni vincitrici del secondo conflitto, rabbrividì al solo pensiero di vedere applicata la richiesta sovietica che prevedeva oltre alla perdita totale dell’Istria e della Venezia Giulia anche quella del Friuli (fortunatamente poi bocciata in quanto oltre 300.000 italiani avrebbero varcato un confine inesistente per loro) ma restò contemporaneamente “gelato” dal fatto di vedere le richieste Statunitensi e Britanniche altrettanto bocciate per eccessivo zelo in senso opposto, nel tentativo di voler dividere in due la penisola istriana per differenza di stirpi e razze lasciando la parte ovest all’Italia e quella ad est a Tito. Restava solo la proposta francese, punitiva all’inverosimile, che prevedeva la fantomatica restituzione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia goriziana, di tutto il Carnaro e il territorio fiumano, della quasi totale concessione dell’Istria eccezion fatta per lo spicchio superiore occidentale della penisola quasi come fosse divisa in quadratini, demarcati dalla zona superiore contrassegnata A e inferiore contrassegnata B. Fu questa la lenta agonia a cui furono sottoposti gli italiani in Istria e in special modo alla città di Pola che si appellavano al principio di autodeterminazione dei popoli invocando il famoso detto, passato alla storia, che le sorti della loro gente andavano determinate da loro stessi e non da francesi, ma rimasti vani in quanto lo stato italiano dalla collocazione politica incerta, non aveva nessuna voce in capitolo se non quella di subire in silenzio. Iniziò pertanto il grandissimo esodo composto da una migrazione senza precedenti in quelle terre da sempre di confine e di pacifica sudditanza tra diverse razze e stirpi intrecciate tra di loro e saldamente racchiuse nel tempo. Una variopinta razza slava formata da diversi ceppi quali sloveni croati serbi e tanti altri ancora con la razza italiana, austriaca, ungherese a fare da contorno, vissero la loro storia passando dalla dominazione della Serenissina Veneziana alla dominazione austro-ungarica, il piccolo periodo italiano e la nuova era del socialismo propinata dal maresciallo Tito che era riuscito in un colpo solo a liberare la sua Jugoslavia da una obsoleta monarchia e a ridare slancio alle mire espansionistiche dell’unificazione dell’intera regione. E il disegno era ben preciso, visto che i primi a venire espulsi furono tutti quegli italiani che avevano occupato, a loro dire, senza alcun titolo, la Venezia Giulia con la sola colpa di provenire da altre regioni italiane. Poi venne il turno degli italiani nati e saldamente radicati in Istria e nella Venezia Giulia, nel Carnaro e in Dalmazia nella piccola enclave della città di Zara, eliminati senza colore politico, ma solo per essere considerati “nemici del popolo” . La paura di perdere il proprio status di italiano, la paura di dover cambiare modo di vivere come un calzino completamente girato, la paura di consegnare ai propri figli un modo di vivere e una società completamente diversi dal proprio “modus operandi” (dalle leggi e dalle regole culturali deliranti alla sostituzione della gita domenicale con il lavoro volontario) ecco scattare la molla dell’esodo volontario e quasi sistematico. Molteplici furono i viaggi della speranza ma pur sempre senza ritorno, da Fiume e dall’Istria lunghi incolonnamenti di autocarri e di treni diretti a Trieste, ospitanti i profughi con le loro misere masserizie. Mentre a Pola, grazie anche al controllo militare alleato che lo favorì , il deflusso ordinato e protetto proseguiva incessantemente per poter consegnare la città ai partigiani slavi ma solo dopo aver evacuato tutti gli italiani desiderosi di sfuggire al regime comunista, la Motonave Toscana compì innumerevoli viaggi con Venezia ed Ancona attraversando l’Adriatico e restituendo speranze di vita alla popolazione in fuga. Le operazioni di esodo continuavano e accertata in seguito la buona volontà italiana di ricominciare e di voler rinascere, le grandi potenze d’occidente con il Patto Tripartito ad esclusione dell’Unione Sovietica su cui erano sorti dissidi per la spartizione della Germania, erano ben disposte e concilianti verso l’Italia ed erano pronte a restituirle l’intero quadratino superiore d’Istria come segno di buona volontà e di distensione: ma anche in quell’occasione come nel destino incerto di tutta questa dolorosa vicenda, qualcosa successe. Il maresciallo Tito rompendo i rapporti diplomatici con Stalin e uscendo dall’area di influenza sovietica, diventava in quel momento, al culmine della guerra fredda, il migliore alleato che l’Occidente potesse avere. Per questo, stop alle concessioni all’Italia e via ad una nuova rinegoziazione, alla faccia dei principi morali ed esistenziali. E tali ripercussioni si ebbero anche da noi, con un silenzio tombale e vergognoso, irriverente per la storia dei molti italiani diventati esuli e nella peggiore delle ipotesi infoibati con l’assurda e delirante accusa di essere italiani (una semplice addizione, italiani più fascisti uguale morte).”Il grano statunitense contro il silenzio italiano” sembrava una logica a quei tempi perché la popolazione italiana stremata da una guerra che aveva portato loro via tutto ciò che avessero, era pressoché inerme a poter adottare qualsiasi potere decisionale e lentamente ritornava alla normalità crescendo pian piano per ridiventare potenza mondiale come lo era un tempo. Una massa silenziosa di profughi, nemmeno da poter definire stranieri perché sempre di italiani sangue del nostro sangue si tratta, si trasferì nell’intero territorio italiano in ogni angolo e in ogni sperduto avamposto; le grandi città come Torino poterono vantare di avere un contingente fiumano e istriano superiore per numero e cultura, ma soprattutto con le loro più grandi doti, la forza di volontà e il silenzio: queste persone si integrarono perfettamente nel tessuto societario italiano lavorando e svolgendo una normalissima vita senza incrementare odio o rancore, pensando solamente a mantenere vivo il ricordo della loro terra, italiana da secoli e per sempre italiana nei loro cuori. Nel corso degli anni non vennero mai a mancare le convinzioni che forse si poteva fare di più , che forse si poteva rendere pubblica la cosa, ma solo silenzio, silenzio e delirante follia per definire la loro questione come marginale e di poco conto. Ma quel famoso 25 aprile che ogni anno si festeggia … viene da chiedersi se fu vera gloria e persino i festeggiamenti di Italia 61 a Torino in piena espansione economica, videro sfilare tutte le regioni italiane ad eccezione della Venezia Giulia, proprio per non risvegliare la memoria politica di quanti decretarono tali regole. Persino la stampa e l’informazione dell’epoca paventavano la repubblica socialista jugoslava come un vero e proprio paradiso dimenticando l’enorme collasso che pativa mentre in Italia era tempo di boom economico, favorendo un contro esodo nei primi anni sessanta di italiani che non trovarono praticamente nulla e rientrarono frettolosamente in patria. A conferma di ciò bisognerebbe fare tesoro di tutti gli episodi, curiosi e significativi che caratterizzarono i primi anni del dopoguerra quando nel paradiso comunista mancavano persino le scope di saggina per ramazzare i pavimenti e che, i poveri abitanti giuliani al di là delle terre di mezzo, dovettero acquistare al di qua del confine approfittando di un’ondata generale, nella famosissima Domenica delle Scope. Era il 13 agosto del 1950, l’esodo era ancora incessante e fino a che Trieste non tornerà definitivamente italiana nel 1954 gli scontri e le contrapposizioni furono all’ordine del giorno, in quegli anni nella memoria e negli incubi di moltissimi cittadini di confine ci sono anche i carri armati al confine che facevano paura per la loro vicinanza alle città strategiche quali Gorizia e Trieste: il maresciallo Tito non accettava per nulla che la zona A ritornasse sotto controllo italiano e minacciava di invaderla anche lui se anche l’esercito italiano avesse varcato i confini del Territorio Libero di Trieste (TLT). Poli la diplomazia internazionale fece il resto, la guerra con tutti gli orrori e le passioni fu completamente dimenticata e la vita ritornò normale e pacifica. Rimase purtroppo solo il confine, invalicabile e irraggiungibile per parecchio tempo e solo oggi, dall’entrata in vigore dell’Unione Europea .i confini non esistono più . E quella loro terra che un tempo sembrava irraggiungibile con le mille regole a cui sottostare adesso si ritrova a portata di mano senza più barriere ed ostacoli, sarà finalmente libera senza più regimi e assurde barriere. Non si potrà mai più pretendere che l’intera regione torni italiana come si paventava quando venne frantumata la federazione jugoslava. e benché il Trattato di Osimo lo prevedesse, qualora si fosse verificata la totale dissoluzione della Jugoslavia, i confini resteranno tali, seppure formati da barriere invisibili, e purtroppo per noi non cambieranno mai più e manterranno anzi la totale diversità . Nella vita recente di tutti i giorni, non possono essere dimenticati gli episodi che mortificarono questa gente e al di là della loro totale perdita di tutto compresa la dignità , si trovarono spesso a dover ricevere umiliazioni gratuite come il bacio a Tito e alla bandiera jugoslava dell’allora presidente Pertini , come segno di unione di valori politici ma anche di responsabilità di pensiero, oppure al famoso francobollo della discordia che pochi anni fa scandalizzò l’intera croazia soltanto per il fatto di aver rimembrato ed onorato la città di Fiume appartenente all’Italia, al punto di far nascere questioni diplomatiche persino col discorso mirato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel rendere omaggio alle vittime delle foibe. Non si può infine dimenticare la moltitudine di siti web denigratori editi da cittadini slavi residenti pure in Italia che provano gusto a rinnegare il passato italiano di tutta la regione non menzionandolo nelle loro descrizioni storiche degli antichi borghi veneziani , istriani, fiumani, giuliani e dalmata. Tutto questo mentre in questi giorni, al contrario, in Slovenia e Croazia e in altri stati ex jugoslavi, si vivono giorni di festa quasi come il carnevale di Rio, lasciandomi senza parole. Viene ancora da chiedermi … ma fu vera gloria? Non lo sapremo mai … forse ….