La guerra di Charlie Wilson: satira o propaganda?

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La guerra di Charlie Wilson, ultimo lavoro di Micke Nichols, già resista del Laureato, è un film che lascia un po’perplessi, soprattutto per il messaggio demagogico e furbo che in esso sembra trapelare.

[oblo_image id=”1″]Forse proposto direttamente dall’ufficio stampa repubblicano, per migliorare l’immagine del partito, un po’ annacquata dalla proverbiale mancanza di perbenismo della famiglia Bush, il lungo è tutto accettabile dissolutezza, lacrime, pietismo e redenzione morale. Un insolito Tom Hanks, (forse scelto di proposito per la parte?), nelle vesti di uno sciupafemminerecidivo, deputato parlamentare del Texas, vestito alla Dallas, impietosito dalla miseria del popolo afghano, decide di adoperarsi per trovare i finanziamenti per armare gli afghani contro la furia omicida comunista. Ad appoggiarlo nella missione segreta, una affascinate, esaltata, più che appassionata, ricca benpensante, Julia Roberts, con parrucca bionda, corpo da pin-up, crocifisso e sessualità disinibita.

[oblo_image id=”5″]Tratto da una storia vera, siamo nel 1980, in piena guerra fredda, il deputato Wilson riuscirà, grazie all’aiuto di un rozzo, ma intelligente outside della CIA, interpretato dal notevole e candidato agli Oscar per questo ruolo, Philips Seymour Hoffman, a moltiplicare i finanziamenti per l’Afghanistan e ad armare grazie all’appoggio di Israele e Pakistan quegli stessi mujahidin, che scampato il pericolo russo, si sono riversati contro l’imperialismo statunitense. Il film che dalle dichiarazioni del regista vuole essere retrospettivamente satirico verso la politica americana degli anni 80, che diventa “in nome della democrazia” interventista quando deve salvare l’umanità, grazie all’azione individualista di un uomo, appare a tratti subdolo e il messaggio iniziale sembra invece ribaltarsi.

[oblo_image id=”3″]Un inno alla solidarietà del popolo americano che non perde mai il legame con il Tocqueville degli USA come modello, dove tutti si aiutano e fanno beneficenza; e come altre critiche fanno notare, il mondo salvato da un texano vizioso, una biondona ossigenata cattolica e libertina, un agente CIA bruto e proletario, ma comunque molto intelligente.
La critica alla politica americana populista, machiavellica e dall’intelligence aristocratica, cinica e fredda, sembra fermarsi al ventennio passato lasciando spazio a nuovi eroi così difettosamente umani e così simili agli odierni politici americani, che fanno quasi tenerezza: meglio loro degli altri che salvano l’Afghanistan dai Russi e poi non elargiscono i soldi per costruire una scuola.

[oblo_image id=”4″]Forse sarà ironica la frase spesso ripetuta nel film: “andiamo a uccidere i comunisti”, ma lascia un po’ d’amaro in bocca, come se si volesse sottolineare che le colpe dell’11 settembre non fossero americane. Sono forse sovietiche?. Come dire: “abbiamo armato i mujahidin a fin di bene e guarda questi: se la prendono con noi che siamo tutto solidarietà, umanità e commozione, e forse una scuola la costruiamo pure, anche sotto gli effetti di un bel doppio baby, e magari a pancia piena dopo aver mangiato un hot-dog, magari in un ranch texano”. O più banalmente forse non resta che scomodare Tocqueville.