La corsa verso la curva sbagliata di Mario Jardel

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[oblo_image id=”1″] C’è un calciatore che corre verso la curva dei tifosi. E’ la sua prima apparizione con la nuova maglia e vuole presentarsi nel migliore dei modi. Non è in grande forma, il fisico è appesantito, ma il curriculum è invidiabile. Passo dopo passo, il pubblico è sempre più vicino e lui alza al cielo la sciarpa della squadra come a dire “Sono uno di voi”. La folla risponde gridando qualcosa, ma lui non capisce perché non conosce l’italiano. Supera i cartelloni pubblicitari e finalmente giunto al cospetto dei tifosi e spalanca un sorriso entusiasta. I tifosi lo guardano e cominciano a tirargli addosso di tutto. Ma perché? Il giocatore si chiede come mai la sua curva lo accolga così. Semplice, quella non è la sua curva. Ha sbagliato lato e si è diretto verso i sostenitori avversari. Non è una scenetta da film, è quello che è capitato a Mario Jardel in un leggendario – leggendario grazie alla sua scempiaggine – Perugia-Ancona di qualche anno fa. L’attaccante era all’esordio con i marchigiani e sapendo soltanto che i colori sociali erano il bianco e il rosso, si era catapultato verso lo spicchio di stadio adornato con quelle tinte. Sfortuna vuole che anche il Perugia abbia gli stessi colori e la frittata è fatta. Non ci vuole molto a comprendere che un’avventura iniziata così, non possa concludersi trionfalmente. Ed infatti, il nome di Mario Jardel ad Ancona è ancora pronunciato a denti stretti e voce bassa. Chi se lo ricorda lo maledice, per fortuna del brasiliano molti non se ne ricordano proprio. Tre presenze, zero gol: questo il ruolino di marcia del bomber prima di essere rispedito al mittente. E non è che dopo sia andata meglio con esperienze disastrose in Brasile, Cipro, Portogallo e persino Australia.

[oblo_image id=”2″] Eppure, quell’attaccante senza senso dell’orientamento non era un bidone. Ci sono state annate in cui nessuno ha segnato come lui, ha vinto la Scarpa d’Oro, per cinque volte il titolo di capocannoniere in Portogallo, per due volte topscorer in Champions League. 113 gol in 125 partite con la maglia del Porto, 53 reti in 49 gare con lo Sporting Lisbona, 22 volte a segno nell’unica stagione con il Galatasaray in Turchia. Era un avvoltoio in area: si fiondava su ogni pallone che vagava e puniva con il suo opportunismo. Cinico, magari non delizioso come altri connazionali però terribilmente efficace. Un re Mida che trasformava in area tutto ciò che toccava; bastava un rimpallo per innescare il suo guizzo letale. E’ il destino di tutti i calciatori di assistere al proprio declino quando l’età avanza e il fisico si indebolisce. Ma nel caso di Jardel non si è trattato dell’ineluttabile tramonto di un calciatore a fine carriera. Certo ad Ancona si è presentato in condizioni improbabili. Nella prima pagella italiana su un quotidiano si legge: “Stendiamo un velo pietoso nel rispetto di ciò che è stato”. Tuttavia, se la sua tenuta atletica era pressoché nulla, la cause erano meno scontate di quanto si possa pensare: non aveva ancora trent’anni, il fisico non rispondeva perché non funzionava più la testa. Il colpo da ko non l’ha subito in campo, l’ha ricevuto a casa. La separazione dalla moglie che fa da spartiacque, sgretolando certezze, spazzando via convinzioni maturate in anni. Chi conosce il calcio, sa che non c’è niente di così naturale e al tempo stesso difficile come fare gol. Chi ha fatto l’attaccante ripete sempre che la rete è un’ossessione. Durante la partita, puoi non toccare palla per decine di minuti annusando l’attimo fuggente in cui dare la svolta alla gara. Vedere gonfiare la rete per uno che di mestiere fa la punta è una liberazione, una catarsi, una gioia che non ritrovi nella vita normale. Coloro che ci riescono con continuità appaiono invincibili, inattaccabili. Ed invece puoi essere il capocannoniere e ridicolizzare le difese avversarie, senza però saper reagire ad un divorzio. Da quel momento Jardel ha infilato un tunnel più lungo di qualunque spogliatoio, sbattendo contro le pareti senza trovare la via d’uscita. Depressione, problemi mentali, cocaina, tossicodipendenza: cambiava squadra per scappare ma il problema era dentro di lui, non all’esterno. Ora Jardel ha 37 gioca ancora in qualche campetto scalcinato lontano dai riflettori e dai cori dei tifosi che un tempo lo acclamavano: dice che il pallone è terapeutico e dopo aver confessato il suo dramma personale assicura di sentirsi rigenerato. Speriamo che abbia ragione. Non è mai troppo tardi per riprendersi la vita senza cercare scorciatoie. Anche senza provare più l’emozione di vedere gonfiarsi la rete di una porta.