Kalas e il dribbling infinito nel deserto del Sahara

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[oblo_image id=”1″] Lo scrittore algerino Albert Camus ha scritto che tutto ciò che sapeva sulla morale umana lo aveva appreso dal gioco del calcio. Chissà cosa avrebbe dedotto l’autore de La peste dalla storia di Kalapapa Ngeri, soprannominato più semplicemente Kalas. Classe 1990, nigeriano di Port Harcourt, cresciuto come tanti col sogno di potersi garantire un futuro grazie al pallone. Speranze alimentate dall’ammirazione di chi lo ha visto correre, segnare,dribblare fin da quando era bambino. Se la Nigeria fosse un paese normale, Kalas si sarebbe dovuto preoccupare solo di fare colpo su qualche osservatore internazionale, di quelli che affollano i campetti in ogni angolo del pianeta e che annotando un nome sul taccuino possono cambiare la vita ai prescelti. Ma la Nigeria non è un paese normale anche se si sforza di farlo credere: la verità spesso sottaciuta è che dalla guerra interna combattuta tra il 1967 e il 1970, ci sono minoranze etniche e religiose che continuano ad essere perseguitate. Kalapapa appartiene ad una di queste, è igbo, cristiano e appartiene al Massob, il movimento che si adopera affinché venga riconosciuta la sovranità dello stato del Biafra. Quando gli scontri si acuiscono, le retate della polizia assumono i contorni della caccia all’uomo. Una sera, Kalas riceve una telefonata da un amico “Ti stanno cercando, non tornare a casa. Scappa”. Da quel momento comincia il dribbling più lungo mai fatto da un calciatore. Perché se fuggire è di per sé difficile, quando sei a piedi e non hai soldi le cose si complicano ulteriormente. Sa di dover arrivare in Libia, ma sa che per giungere lì bisogna attraversare il deserto. Sahara significa niente in arabo, un non luogo sconfinato che annulla chi o cosa osi sfidarlo. Ngeri ha un amico e insieme possono contare solo su due cammelli. E’ un viaggio impossibile, una battaglia persa in partenza, una partita di cui si conosce il risultato ancora prima di scendere in campo. Tra le dune l’unica cosa che non manca è il tempo: un maestro di giornalismo come Vladimiro Caminiti confessava di iniziare ogni articolo pensando sempre al verde dell’erba del terreno di gioco. E non c’è niente di così verde, di così vivo come un ciuffo pronto ad essere calpestato su un campo di calcio al confronto della sabbia del Sahara. Il compagno di disavventura Johnson si accascia, poco dopo anche i cammelli cedono al deserto. Ngeri è stremato, ha perso 30 kg ma raggiunge una fattoria al confine con la Libia. E’ miracolato per la prima volta. In cambio dell’ospitalità, insegna a tirare calci ad un pallone ai figli di Moustafa, il benefattore che lo accoglie in casa in segreto per non contravvenire alle leggi promosse dal rais Gheddafi. Poi il secondo viaggio della speranza da Tripoli a Lampedusa stipato su uno dei tanti barconi della speranza. Cinque mesi nel centro d’accoglienza di Crotone per poi fare tappa a Roma. Due notti passate alla stazione Termini interrogandosi su come proseguire prima di trovare la soluzione rivolgendosi alla Caritas. Breve tappa a Todi prima di approdare a Tuoro trovando sistemazione in un alloggio al centro Petri (dedicato al poliziotto Emanuele Petri ucciso nel 2003 dalle Br) e il supporto quasi materno della vedova Alma. Una vota riannodati i fili della propria vita, Kalas ha potuto riprendere il suo vecchio sogno. Un agente nota che col pallone ci sa fare e lo propone all’allenatore dalla squadra locale. Per sapere se la favola di Ngeri è a lieto fine bisogna attendere perché a dispetto di tutte le peripezie finora affrontate, il ragazzo di Port Harcourt ha appena vent’anni. Ma dopo aver dribblato il Sahara, un campo da calcio non fa più paura.