Juve, l’insostenibile leggerezza della sconfitta

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[oblo_image id=”1″] Se qualche appassionato di calcio si fosse perso le cronache degli ultimi mesi e avesse sentito dire da Del Neri – allenatore della Juve, fino a prova contraria o esonero – che perdere in casa col Milan ci può stare e che la prestazione è stata positiva, si domanderebbe sorpreso come mai la società non lo abbia licenziato repentinamente. Una risposta probabilmente la troverebbe ascoltando le dichiarazioni di chi, come Marotta, si è prodigato per portare l’allenatore friulano sulla panchina della Juve. “Non si può cancellare un intero progetto, paghiamo i troppi infortuni ecc”. L’ignaro spettatore di simili esternazioni a quel punto si chiederebbe cosa aspetti il presidente ad allontanare un dirigente sportivo chiamato per rivitalizzare la squadra più titolata d’Italia e capace di far vincere solo la confusione.

Tuttavia, continuando ad inseguire i fili di questa matassa societaria, una chiave di lettura per interpretare la situazione della Vecchia Signora giungerebbe ricordandosi le ultime uscite di Andrea Agnelli. Il presidente che dice di volersi far chiamare Andrea (e vedendo i risultati conseguiti fa bene a non scomodare il cognome dei suoi predecessori) ha realizzato una serie di autogol mediatici in questo 2011 tali da sfiorare il tragicomico. Dopo la sconfitta casalinga per 4-1 col Parma aveva archiviato l’accaduto come uno sfortunato incidente di percorso e aveva tuonato contro i giornalisti accusati di remare contro senza comprendere la bontà del lavoro svolto (nel frattempo cosa ci sia di buono in questa stagione rimane un mistero). E non pago aveva promesso 12 successi nelle ultime 12 gare. Da allora sono arrivate solo sconfitte che aprono tre possibili scenari: 1) le parole del presidente erano una via di mezzo tra l’utopia e la brama di un tifoso infantile sprovvisto di ogni parvenza di obiettività; 2) gli auspici del presidente non sono esattamente beneaugurati; 3) il presidente non credeva a ciò che ha detto ma sperava di ritardare il più possibile la contestazione della piazza.

Di certo, verrebbe da domandarsi allora come mai la proprietà non intervenga per un ribaltone societario. Ma qui regna un silenzio assordante: si tace come se nulla stia accadendo. Solo che la parsimonia nel parlare non appare tanto un segno di austerità quanto la conferma della mancanza di interesse per le sorti della squadra.

La storia ci insegna che le squadre scese in B siano tornate a vincere soltanto dopo aver cambiato la proprietà (vedi Lazio e Milan). E se la stessa decisione dovesse essere presa negli uffici di corso Galileo Ferraris?