Italia, un fallimento che parte da lontano

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[oblo_image id=”1″] Si doveva far meglio, anche perché far peggio di così era impossibile. Passare il girone più debole del mondiale era un imperativo e gli azzurri sono riusciti nell’impresa di terminare ultimi alle spalle anche dei semidilettanti neozelandesi. Eppure, la sensazione è che il fallimento della nazionale non possa essere archiviato con le critiche all’allenatore o con gli sfoghi del momento. Lippi è stato disarmante: si è assunto tutte le responsabilità eludendo ogni processo personale. E poi che senso avrebbe discutere ora il commissario tecnico? Volenti o nolenti, la certezza è che la sua strada e quella della nazionale si siano separate definitivamente.

E’ vero che si poteva approdare agli ottavi, ma è altrettanto vero che difficilmente si sarebbe andati oltre. D’accordo, le convocazioni sono state opinabili, ma è indiscutibile che il nostro calcio accusi una povertà tecnica imbarazzante. Non abbiamo più una stella in grado di brillare sul piano internazionale. La generazione precedente è stata quella di Totti e Del Piero, prima avevamo avuto l’era di Baggio, Mancini, Zola. Fuoriclasse amati e ammirati anche all’estero: si provi ancora oggi a chiedere in Francia cosa pensano del Pallone d’Oro 1993 o in Inghilterra che segno ha lasciato “the wizard” made in Sardegna.

Ora ci ritroviamo a proporre nel tridente offensivo Pepe e Iaquinta, ad evocare Quagliarella come salvatore della patria, a rimpiangere elementi come Cassano e Miccoli arrivati nella seconda metà della carriera senza aver vinto nulla. Ma basta dare uno sguardo alle manifestazioni giovanili come mondiali under 20 o under 17 per accorgersi della deriva del pallone tricolore. Le nostre rappresentative sono regolarmente eliminate nelle fasi iniziali, i talent scout internazionali annotano i nomi delle promesse argentine, brasiliane, spagnole, messicane e lasciano in bianco lo spazio riservato all’Italia. Persino nel campionato Primavera sono i talenti stranieri a risultare decisivi spesso e volentieri.

E allora forse sarebbe bene che la Federazione, in primis Albertini e Abete, ripensassero al loro lavoro chiedendosi se non sia necessario un riassetto organizzativo per favorire il rifiorire del nostro patrimonio calcistico. L’errore forse è stato quello di sopravvalutare l’importanza della psicologia e del gruppo. Le motivazioni sono importanti ma in questo gioco alla fine si tratta di dare calci ad un pallone e la convinzione è figlia della propria forza. Quando ci si accorge di non avere grandi qualità né fisiche né atletiche, non bastano lunghe sedute di training autogeno per scendere in campo con autorità. E allora bye bye Sudafrica, con la valigia piena di dubbi e paure. Prandelli ha l’appeal giusto per rifondare un gruppo, ma non deve essere lasciato da solo.

Il calcio non è una scienza esatta ma i risultati sono spesso figli di scelte programmatiche. Sia le grandi vittorie sia le grandi sconfitte. Noi conosciamo bene entrambe le metà del cielo.