Il Vittoriano ospita una mostra sul geniale spagnolo Salvador Dalì

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[oblo_image id=”2″]Alvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Púbol (Figueres, 11 maggio 1904 – Figueres, 23 gennaio 1989), non era certo persona che potesse passare inosservata. I suoi incredibili baffi furono un elemento inconfondibile del suo personaggio. Il suo indiscusso talento artistico si è espresso in molti modi tra cui la pittura, il cinema, la scultura, la pubblicità, il design, la fotografia.
Roma, dopo quasi sessant’anni, rende omaggio a Salvador Dalì, uno degli artisti più celebri di tutti i tempi.Una nuova mostra a lui dedicata è visibile nelle sale del palazzo del Vittoriano.
La mostra romana nasce dalla collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí e vuole ripercorrere il cammino umano e artistico del grande Maestro spagnolo proprio perché non si può prescindere dal raccontare il Dalì uomo per raccontare il Dalì artista. Con questo obiettivo la rassegna vuole presentare vari focus che, partendo da una sezione introduttiva su Dalì uomo e personaggio, spaziano dall’influenza dell’arte italiana sulla sua arte, all’esposizione di veri e propri capolavori, fino ad un’inedita sezione che, grazie al contributo scientifico realizzato in occasione della mostra, racconterà il rapporto tra Dalì e l’Italia.
Nella sezione introduttiva dell’esposizione a introdurre alla scoperta del Dalí artista, è anche Dalí uomo. La sua voce e la sua faccia, le sue trovate e le sue performance, sono tappe imprescindibili dell’itinerario della mostra. Proprio per questo, all’inizio del percorso espositivo, è possibile ammirare per la prima volta a Roma numerosi scatti che il grande fotografo russo-americano Philippe Halsman ha dedicato al pittore spagnolo: immagini divertenti, piene di ironia da cui emerge la genialità sia dell’autore che del soggetto inquadrato.
Vengono inoltre presentate in questa sezione delle vere e proprie installazioni nelle quali si potrà sentire la voce stessa di Dalì e si potranno osservare le sue innumerevoli e originali performance. La mostra romana è infatti scandita dal volto, dalla voce, dalle apparizioni di questo surrealista totale che già negli anni Trenta aveva capito l’importanza della cultura di massa, anticipando di gran lunga l’atteggiamento di Andy Warhol, il fare di se stesso l’oggetto stesso di una grande, interminabile opera d’arte. Diversi monitor conducono chi guarda dentro le sue invenzioni, i suoi travestimenti, le sue teatralizzazioni.
Nella prima sezione si vuole analizzare quanto l’attenzione di Dalì verso la pittura e la scultura del passato si configuri come un dialogo serrato con i grandi maestri del Rinascimento italiano, che è desiderio di emulazione, ma anche sotterranea lotta per una sempre agognata supremazia nel campo dell’arte mondiale.
“Gala stava risvegliando il mio interesse per l’Italia” scrive Dalì in La vita segreta di Salvador Dalì, un’autobiografia in cui immaginazione e realtà si accavallano e si confondono proprio come fossimo dentro a un suo dipinto, identificando in quella che da sempre ha riconosciuto come la musa della sua pittura, la causa del suo innamoramento per il Bel Paese. Che per Dalì avviene su un doppio binario: il primo è un confronto con la classicità, l’altro la scoperta di elementi misterosi. Quello dello sguardo duplice, di una cosa che ne contiene un’altra, della doppia visione è, d’altra parte, una delle modalità fondamentali e anche più suggestive dell’arte daliniana.
Per Dalí guardare i maestri non è esercizio di ammirazione ma scontro, sfida, lotta, competizione alla pari. Lui vuole ardentemente essere Raffaello, Michelangelo. In un piccolo foglio autografo, che le curatrici hanno voluto in mostra, dà le votazioni allo stile, colore, invenzione, disegno dei grandi artisti del passato e inserisce anche il suo nome tra questi.
Ci sono Raffaello, con cui si inizia, e Michelangelo con cui idealmente si chiude. Il quadro più antico di questa rassegna è proprio il giovanile Autoritratto con il collo di Raffaello del 1921, in cui l’artista rivela fin da subito la sua volontà di iniziare un sottile colloquio con il pittore urbinate che non si rivela come un semplice esercizio di ammirazione fatto da uno studente dell’Accademia, ma come una vera e propria identificazione. “Mi ero lasciato crescere i capelli – ricorda lo stesso Dalì – ormai lunghi come quelli di una fanciulla, e guardandomi allo specchio amavo assumere l’espressione di malinconia, l’affascinante atteggiamento di Raffaello nell’autoritratto. Mi sarebbe piaciuto tanto somigliargli!”. E nei 50 segreti magici per dipingere aggiunge: “Ora dipingo, irresistibilmente, come Dalì, il che è già moltissimo, perché tra tutti i pittori contemporanei io sono colui che è maggiormente in grado di fare quel che vuole – e forse un giorno sarò considerato, senza essermelo prefisso, il Raffaello della mia epoca”. Ed è da notare come Dalì sostenga di poter essere accomunato a Raffaello anche senza la sua volontà, come fosse una cosa naturale.[oblo_image id=”3″]
Esposte, inoltre, tre tele, le più recenti di tutta la mostra, ideale sipario che chiude un confronto durato una vita, in cui Dalì rivisita Michelangelo. Queste immagini ispirate alla Pietà vaticana e al Giorno e la Notte delle Cappelle Medicee a Firenze, mostrano come per il pittore spagnolo guardare all’antico non significhi fare a meno del proprio lato visionario. L’Italia di Dalì ha sempre un passo doppio.
Nella seconda sezione viene presentato un gruppo di capolavori di Salvador Dalì. Quadri dunque; perché a raccontare il mondo onirico, inquietante, denso di suggestioni, è la perfetta tecnica pittorica dell’artista spagnolo che, con spietato realismo, inquadra un mondo immaginario, oggi diventato patrimonio universale dello sguardo, eppure emerso dalla profondità di un inconscio che ha saputo fare del delirio e della propria paranoia un’indicibile forza.
Dalì nasce l’11 maggio 1904 a Figueres e muore nel 1989. Suo fratello maggiore, anch’egli di nome Salvador (nato il 12 ottobre 1901), muore a causa di una meningite nove mesi prima, il 1º agosto 1903. Il padre, Salvador Dalí y Cusí, è un avvocato e notaio appartenente alla classe media, la cui rigidità nell’applicazione della disciplina viene temperata dalla moglie, Felipa Domènech Ferrés, che incoraggia le aspirazioni artistiche del figlio. All’età di cinque anni Dalí viene condotto sulla tomba del fratello dai genitori, che gli dicono che lui è la sua reincarnazione, idea della quale finisce per convincersi. Dalí ha anche una sorella, Ana María, di tre anni più giovane di lui, che nel 1949 pubblicherà un libro sul fratello. Nel febbraio del 1921 la madre di Dalí muore per un tumore al seno. Dalí ha sedici anni; in seguito dirà che la morte della madre “è stata la disgrazia più grande che mi sia capitata nella vita. La adoravo… Non potevo rassegnarmi alla perdita di una persona su cui contavo per rendere invisibili le inevitabili imperfezioni della mia anima.”
A Barcellona entra ben presto in contatto con l’ambiente dell’avanguardia catalana, si fa cacciare dall’Accademia di Madrid dove si era iscritto nel 1922, perché non considera i suoi professori degni di giudicarlo. E scopre la pittura francese, la modernità: eccolo guardare al divisionismo in un quadro come Bagnanti, il cui soggetto è cézanniano, ma la resa è già quella di un universo in cui non c’è differenza tra solidi e liquidi, tra carni e sassi.
C’è poi la splendida fase realista in cui tutto sembra scolpito in un sole mediterraneo che rende il mondo incandescente ma contiene già quell’imbrunire, quegli incubi notturni a cui Dalí ci abituerà dopo poco. Capolavoro di questa fase è il Ritratto di ragazza del 1925 dove si intravede quel mare di Port Lligat che riappare in quel brano straordinario degli anni d’oro che è la Composizione surrealista con figure invisibili.
Il 1926 è la data del primo viaggio a Parigi e del confronto con Picasso: il cubismo si affaccia nell’Omaggio a Satie, qui esposto, dove è citato anche il nostro Grande Metafisico, Giorgio De Chirico. E che si tratti di una sfida tra giganti appare evidente nell’Accademia neocubista in cui Dalí spia le ‘gigantesse’ del collega andaluso, le fa sue, le trasfigura, ricordando l’Italia e il Mediterraneo.
[oblo_image id=”1″]Nel frattempo ha incontrato Gala, la sua musa, la donna con cui vivrà tutta la vita. Un’altra ossessione. Gala diventa albero in quel processo di trasformazione, putrefazione, decomposizione, ma anche costruzione e sovrapposizione di immagini e cose che lo affascina e lo cattura. Succede in un piccolo dipinto che mostra come la sapienza pittorica del nostro artista sia quella di un orafo abituato a incastonare pietre preziose. Anche la sua pittura è preziosa, impeccabile. Per dipingere in una minima dimensione con perfezione maniacale utilizza una lente di ingrandimento. L’effetto è quello monumentale dello Spettro del sex-appeal, un vero e proprio ossimoro. Gala è poi al centro dei suoi studi sulla ripetizione dell’immagine, sulla scienza, sull’atomo: la vede raddoppiata in un gioco di specchi nei dipinti stereoscopici.
Dalí affermava: “Ho sempre visto quello che gli altri non vedevano; e quello che vedevano loro io non lo vedevo”. Cercava l’estasi cioè quello “stato vitale sconvolgente durante il quale ogni segno e senso si capovolgono nel loro contrario, e le costruzioni estetiche razionali, morali hanno un cedimento”. Dopo la lite, per ragioni soprattutto politiche, con Breton e i colleghi surrealisti, alla domanda di un giornalista su cosa fosse stato il movimento rispose convinto: “Il Surrealismo sono io”. E la carrellata di capolavori qui esposti, dall’Autoritratto con la pancetta fino al Senso della malinconia, da Singolarità fino alla Figura e drappeggio in un paesaggio, tutto questo scorrere di misteri in spazi deserti, di ombre allungate, di cipressi che arrivano da Boecklin, di sciami di insetti, perle gigantesche che gli ha elargito lo sguardo su Vermeer, di orologi che non segnano un tempo reale, apparizioni, deliri geologici, fantasmi, vertigini, figure del sogno e del capriccio ma anche del terrore, rocce che si metamorfizzano anche in fattezze umanoidi, di frammenti di corpi come fossili preistorici su cui compaiono concrezioni materiche di ogni tipo, è davvero il frutto dell’immaginazione sfrenata e instancabile del più totale tra i surrealisti.
In mostra, esposti Impressioni d’Africa, ispirato proprio da un viaggio in Sicilia, e altri autentici capolavori come una straordinaria serie di dipinti e disegni surrealisti tutti realizzati in quel decennio magico per l’artista che ha inizio nel 1931: Il sentimento della velocità, Figura e drappeggio in un paesaggio, Gradiva ritrova le rovine antropomorfiche (fantasia retrospettiva), Il piano surrealista, Cortile Ovest dell’Isola dei morti (ossessione ricostitutiva da Boecklin), Coppia con la testa piena di nuvole, “Angelus” architettonico di Millet, Autoritratto con pancetta fritta, Eclissi e osmosi vegetali, Singolarità, La couple, lo Spettro del sex appeal, una perfezione di forme incastonate come un’antica miniatura, cesellate come in un lussuoso gioiello.
Nella terza sezione, prendendo spunto dall’inedito contributo scientifico realizzato in occasione della mostra sulla cronologia delle relazioni tra l’artista spagnolo e l’Italia, l’esposizione vuole raccontare per la prima volta il rapporto tra Dalì in vita e il nostro paese.
Questo nesso, fino ad oggi quasi del tutto ignoto, rivive in mostra innanzitutto attraverso le rievocazioni dei suoi viaggi: tra Roma, Venezia e anche Bomarzo dove visita quei giardini popolati da mostri che sembrano venir fuori dalle rocce animate dei suoi dipinti. A questo proposito, in questa visione multipla, eccolo nelle immagini che lo vedono visitare, nel 1948, i giardini di Bomarzo e trovarvi un mondo di mostri e di figure fantastiche che appartengono al suo universo fin dai primi dipinti surrealisti. Di questa giornata in cui Dalì sembra quasi ritrovare le sue rocce che si trasformano in straordinarie figure della fantasia, è possibile vedere anche un filmato che è uno dei tanti che accompagnano il visitatore.
Si indaga, inoltre, non solo lo scambio fecondo con gli artisti del passato e suoi contemporanei, dall’ossessione per Raffaello e più tardi per Michelangelo fino alle suggestioni del mondo di Valori Plastici e di De Chirico, ma anche quello con registi, attori, industriali come Luchino Visconti, Anna Magnani, Alberto Alessi. Nel nostro paese Dalì collabora con Luchino Visconti a una messa in scena di Rosalinda o come vi piace di Shakespeare che debutta al Teatro Eliseo nel 1948. Questo avvenimento è ricostruito attraverso bellissime fotografie d’epoca, un album che apparteneva a Visconti, documenti vari, la corrispondenza tra i due e un paio di costumi originali. Ma non è questo l’unico contatto italiano ricostruito dalla mostra: c’è la casa di produzione Alessi per cui progetta un ‘oggetto inutile’; la Rosso Antico per cui realizza tre bottiglie differenti; il Teatro La Fenice che lo vede nelle vesti di scenografo di balletti; Anna Magnani con cui sogna di realizzare un film intitolato La carrettila de carne, “la vera storia di una donna paranoica innamorata di una carriola” ; c’è Federico Fellini a cui Gala propone di fare un film su Dalì e gli porta anche un giovane attore che dovrebbe recitare nella parte del maestro a cui, in questa circostanza, vengono messi dei bei baffi daliniani, ma c’è anche un sogno del regista italiano dedicato al pittore spagnolo. E poi ecco le mostre, le prime italiane, che gli danno la possibilità di vere e proprie performance come quando, in occasione dell’esposizione a Palazzo Rospigliosi, muore simbolicamente per poi rinascere in un cubo metafisico che viene portato in giro per la città da uomini incappucciati e da cui con grande effetto teatrale, l’artista esce magicamente in occasione della conferenza stampa. Qui è espressa tutta la sua volontà di costruire eventi intorno alla sua persona, in modo da creare interesse e curiosità. Dalì, in questo senso, ha messo in atto le più moderne strategie di marketing. Inoltre sono ricostruiti, sempre attraverso documenti, fotografie, lettere, le feste, gli inviti, le relazione dei coniugi Dalì in Italia, i luoghi dei loro soggiorni. Ci sono poi i libri pubblicati in Italia e i fascicoli usciti per la rivista “Tempo” dedicati alla figura di Don Chisciotte. Tra le ossessioni del pittore c’è proprio la figura di Don Quixote: le pregevoli illustrazioni del testo di Chervantes sono in mostra a raccontarla.
E’ esposta anche la Vespa della Piaggio su cui Dalí è intervenuto nel 1962: lo scooter, infatti, viene ribattezzato Dulcinea come la donna amata dal personaggio chervantiano. Segue una sezione dedicata all’attività pubblicitaria: le bottiglie realizzate per il liquore Rosso Antico, l’oggetto ‘surrealisticamente’ inutile progettato per Alessi, bottiglie di profumo, copertine di riviste e affiches sono sorprendenti elementi che raccontano la realtà così contemporanea di un artista a tutto tondo.