Il TFA e la crisi del buon senso

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[oblo_image id=”1″] Tutti convocati alle 8 del mattino. Le prove, nella migliore delle ipotesi, non iniziavano prima delle 10.30 ma la trafila di identificazione, consegna telefonini e chiusura borse richiedeva moltissimo tempo, dato l’alto numero di partecipanti. Borse chiuse nei celofan, numero identificativo appiccicato sul braccio, acqua, biscotti, pastiglie per il mal di testa e un solo foglio con sé: la ricevuta del pagamento dei 120 euro al momento dell’iscrizione. Rassegnazione, caldo nelle aule, aria condizionata non funzionante. Un professore impietosito che investe 20 euro e compra dell’acqua per dare una parvenza di civiltà e di umanità al tutto. Donne in gravidanza, una ragazza che si sente male, gli infermieri della croce rossa. Un’altra ragazza chiede acqua, il professore invita coloro che non hanno una sete spasmodica a non prendere la bottiglietta visto che le sta pagando di tasca propria. La ragazza in questione che grida che quella prova le è costata 240 euro e che avrà pur diritto ad una bottiglia d’acqua. L’applauso fragoroso, la rabbia che esplode verso un professore che ha l’unica colpa di essere stato eletto presidente della commissione della classe A43. Esasperazione, confusione, caldo torrido, l’effetto stalla di un’aula gremita con 200 persone. Dai più giovani ai più vecchi, senza distinzioni di sorta, tutti chini sui fogli delle domande, a sperare che la fortuna, per una volta, non giri le spalle. La trafila della consegna, lunghissima, estenuante. I sorveglianti che perdono il controllo della situazione, le informazioni che volano. Tre ore di sorveglianza ferrea, trafila telefonini, tappe in bagno scortati dagli assistenti: tutto vanificato dal quarto d’ora della consegna. La rabbia che esplode di nuovo, con più intensità. Le persone che premono perché vogliono uscire, tutti, il prima possibile, dall’aula. Un signore sui cinquant’anni che sbraita perché deve andare a recuperare il figlio ed è in ritardo. I professori e gli assistenti che fanno del proprio meglio per tamponare la situazione, per rasserenare gli animi. L’indignazione ulteriore, la serietà della prova compromessa. Sette ore, la prova che termina alle 15. Il quadro dell’Italia, dove le cose non funzionano mai come dovrebbero.

Tutto questo è accaduto veramente, mercoledì 25 luglio 2012 nell’aula 3 di Palazzo Nuovo, dove si è tenuta la preselezione per la classe A43 delle medie. 795 iscritti per 70 posti totali. I giornalisti de La Stampa che raccolgono le voci di dissenso fuori dalle aule, l’indignazione che non sa su quale bersaglio rivolgersi.

Le domande, assurde, fatte ad hoc per escludere più persone possibili dalla seconda prova. I costi, esorbitanti. 120 euro per ciascuna classe di concorso. Quella di quel giorno, magicamente, costava il doppio, 240 euro se si voleva gareggiare sia per la A43 che per la A50 (due classi diverse raggruppate nello stesso giorno). Il dubbio, che diventa certezza, a poco a poco: ci hanno fregato. Ci hanno rubato i soldi. Hanno fatto cassa su di noi, sui più disgraziati, su chi ha maggiormente bisogno di lavorare. Sui disperati che, intravisto un barlume di speranza, ci si sono gettati in massa, hanno abboccato come pesci e hanno sborsato tutto, senza fiatare. I concorsi pubblici si pagano? Questo non è un concorso pubblico perché, alla fine di tutto, non dà nulla, nessun posto di lavoro. Era pur sempre una gara aperta a tutti ma non sono state contemplate agevolazioni per chi non aveva tutti quei soldi a disposizione. Così come non saranno contemplati per quei 30, 40 “fortunati” che supereranno tutte e tre le prove e potranno, finalmente, sborsare circa 3000 euro per lavorare un anno in una scuola. Volete lavorare? Dovete pagare! E siete pure gli “eletti”, i più bravi, i più meritevoli…ma, dovete sborsare se volete abilitarvi. Una volta abilitati, potrete aspettare i concorsi veri.

La rabbia era esplosa su Facebook, nei giorni successivi al primo test del 18 luglio. Tutti arrabbiati, delusi, amareggiati. Qualcuno propone di boicottare le prove successive. Qualcun altro dice che “ormai i soldi si sono spesi”. Si scrive il seguente comunicato e si decide di protestare simbolicamente: tenersi la biro alla fine, non restituirla che all’uscita dall’aula.

“Considerati i seguenti articoli della costituzione italiana:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 97)

“Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge” (art. 97)

Noi tutti, studenti laureati e neolaureati, precari e disoccupati chiediamo che ci vengano restituiti i 120 euro pagati per ogni concorso-farsa preselettivo del tfa che hanno costituito una truffa legalizzata ai danni della fascia economicamente più debole del paese. L’incostituzionalità del pagamento dei concorsi pubblici è tanto più aggravata dalla entità di queste cifre, per nulla simboliche, che erano condizione necessaria non alla partecipazione ma alla stessa iscrizione. In tutta Italia, migliaia di neolaureati e disoccupati hanno pagato enormi cifre per sostenere queste farsesche prime prove, fatte per far partecipare il maggior numero di persone e, contemporaneamente, per impedire alla maggior parte la partecipazione alla seconda prova (scremando sommariamente, senza nessun criterio di meritocrazia, con domande degne di quiz televisivi, a cui ha risposto chi è riuscito a copiare o chi ha avuto più fortuna nel “tirare a caso”). Solo nel caso in cui la Pubblica Amministrazione renda al cittadino un “servizio” questa può pretendere un “corrispettivo”, mentre il concorso pubblico è un metodo previsto dalla Costituzione per reperire le migliori risorse umane a cui affidare i pubblici poteri (la gara, infatti, almeno in astratto, serve per selezionare “i migliori”). Esso quindi non è un servizio nel senso stretto e i relativi oneri non potrebbero essere a carico del candidato. Peraltro la Costituzione consente la tassazione solo per quei “fatti” che siano espressione di una capacità contributiva del cittadino. Al contrario, la partecipazione a un concorso è piuttosto indice della necessità di un lavoro e, quindi, di una povertà.”

Non era un concorso pubblico ma era un concorso, aperto a tutti. Era una selezione per scegliere i “migliori” o si sapeva già che non doveva passare nessuno perché, tanto, i posti nella scuola non ci sono? Temiamo che sia la seconda.

Non chiediamo allo stato di darci un posto di lavoro. Chiediamo di essere messi in condizione di lavorare. Chiediamo di non essere ingannati, illusi e truffati. Chiediamo che mai più vengano lesi i nostri diritti e la nostra dignità. Chiediamo che le sorti dell’Italia non vengano risollevate spremendo dove non c’è più nulla da spremere ma eliminando i privilegi della classe politica e gli scandali degli sprechi e delle gestioni mafiose infiltrate ovunque che hanno rovinato il paese. Chiediamo che ci si riservi un po’ di rispetto. Vogliamo avere la speranza di non dover fare la fame per sempre o di partire in cerca di fortuna, come facevano i nostri bisnonni cent’anni fa.

I tfa non sono stati dei semplici concorsi per accedere all’abilitazione. I tfa sono stati un’offesa al buon senso, all’intelligenza e alla dignità di una grande fetta di giovani italiani. I tfa sono serviti per incassare, illudendo con una speranza che, in realtà, non

esiste. E’ un vero peccato che la rassegnazione e lo scoramento di coloro che si facevano etichettare il braccio il 25 luglio non siano bastate, probabilmente, a far fischiare le orecchie al ministro Profumo o a chi per lui. È un peccato che la disperazione ci porti a pensare che, ormai, sia tutto lecito e che questo prezzo altissimo debba ricadere inevitabilmente su di noi. Moltissimi hanno riconsegnato la biro, come niente fosse. Solo in pochi l’hanno tenuta e questo è stato il massimo della ribellione. Siamo anestetizzati e non sappiamo neppure più di avere dei diritti.