Pubblicato il: 17 Novembre 2013

Il teatro di denuncia sociale. I Naviganti InVersi in scena al Teatro Arcas

Non uno spettacolo di semplice denuncia sociale, quello di Ciro Pellegrino, dal cui titolo, “QZ6: i colori della follia” lo spettatore è messo alla prova dalla presenza di sei diverse tipologie di “folli”,  apparentemente difficili distinguere . Una realtà vissuta sulla pelle, attraverso un viaggio immaginario, ma concretamente effettuato all’inizio dello spettacolo, al circolo Arcas, in Via Veterinaria, 63, Napoli.  “Qualcuno sa chi sono io?“: rimbomba nel silenzio della sala una voce che si ripete, mentre ad occupare la scena pendono sei catene di metallo.

Un’interpretazione, quella di Maurizio D. Capuano, Ilaria Incoronato, Noemi Giulia Fabiano, Paolo Gentile, Vittorio Passaro, Marco Serra, da veri attori professionisti, per un modo di fare teatro considerato di nicchia, in quanto non commedia, ma nemmeno tragedia. Un saper miscelare elementi diversi, con una regia non tradizionale, al fine di denunciare una politica sanitaria che, prima della legge Basaglia, era tutt’altro che dignitosa. “Vogliono cibarsi della mia pena perché la loro, forse (n.d.r.: di pena), non si addormenta mai”. Come una legge imbalsamata, ferma ad antichi principi giuridici, scossa soltanto dalla mente di un uomo, che ha posto fine a pratiche antiche, molto simili alla tortura. Privare un uomo della libertà, non solo di movimento – l’ambiente rappresentato è infatti quello di una “cella” di un manicomio senza spiragli di luce,  freddo e sporco – ma anche e soprattutto di pensiero.  “Sono nato senza pelle. Il mio corpo era nervoso, penetrato, consenziente, e le voci della gente erano fruste”. Consenziente…  che ossimoro! Un modo di recitare, quello dei Naviganti Inversi,  tutt’altro che strumento di spensieratezza.  Lo scopo, modificare la forma mentis di tutti coloro che vedono nel malato – o emarginato sociale? –  “un problema che non ci appartiene” e non, invece, una risorsa per imparare ad amare. In che modo? A braccia aperte, come una delle scene finali. Così le sbarre degli “internauti” della cella divengono quelle delle nostre barriere mentali, del non udire, del limite umano di poter e voler andare oltre al nome di una patologia, laddove esista. Un ascolto, quello verso l’altro, che parte dalla conoscenza della sofferenza altrui e dalla capacità di farla propria, semplicemente. “Il mondo non ascoltava i miei lamenti e voleva essere lui come me“. Ci si potrebbe chiedere quante grida siano disperse nell’etere senza risposta, magari quella di un ragazzo solo, triste, che, vedendo come unico colore il nero, gridi ancora nel vuoto :”Qualcuno sa chi sono io?”.

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