Il sogno svanito e il trionfo della burocrazia

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[oblo_image id=”1″] Forse la battuta migliore è stata regalata da Luca Pancalli, presidente del Comitato Paralimpico Italiano: “Mai avrei pensato di scoprire che un ragazzo senza gambe è avvantaggiato”. Invece, la Iaaf con un laconico comunicato ha respinto la richiesta di Oscar Pistorius di gareggiare alle Olimpiadi di Pechino con i normodotati. L’atleta sudafricano, privo di entrambe le gambe, non è stato ammesso a causa delle speciali protesi in fibra di carbonio che – almeno stando al rapporto del Professor Bruggerman dell’Università di Colonia – costituirebbero un vantaggio tecnico. La bocciatura di Pistorius è legata all’applicazione dell’articolo 144.2 del regolamento che vieta ogni elemento in grado di garantire un beneficio sugli atleti che non adoperano lo stesso strumento.

Tuttavia, proprio sugli eventuali vantaggi dati dalle protesi il dibattito è ancora aperto. Secondo molti tecnici l’ipotetico guadagno in termini di restituzione dell’energia è ampiamente compensato dalle difficoltà in fase di partenza e d’impostazione della curva. Il campione paralimpico, autore di tempi stratosferici sui 200 e i 400 metri, ha già annunciato ricorso e ha promesso che proseguirà la sua battaglia. Di certo può contare su un consenso traversale: chiunque creda che lo sport sia soprattutto sfida contro i propri limiti non può che fare il tifo per lui. Ma la federazione internazionale è molto meno interessata a questi aspetti “romantici”. Anzi, al danno derivante dall’esclusione ai giochi a cinque cerchi potrebbe accompagnarsi la beffa di non partecipare neanche alle Paralimpiadi. Le protesi sono ancora sotto inchiesta e il povero Pistorius rischia di rimanere intrappolato in una sorta di no man’s land. Il timore è che la vicenda stia prestando il fianco a pericolose strumentalizzazioni dove lo sport rischia di farsi sopraffare da questioni di geopolitica.

Resta, però, la constatazione che molti atleti professionisti “normali” temono Pistorius. E questa è già una vittoria per chi aveva paura di non poter mai camminare.