Il secondo album di Mattia De Luca presentato a Roma

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[oblo_image id=”1″] Ventisette anni e un cuore che batte a stelle e strisce, nel nuovo album Mattia ha messo insieme i suoi
grandi amori musicali e li ha tradotti in una credibile veste italiana aiutato da una grande firma della
nostra canzone d’autore come RENATO ZERO, che ha “creato” il titolo del disco e, soprattutto, ha scritto i
testi di due tra i più convincenti episodi del progetto, “Chiedi Scusa” e “E’ l’Età”.
Una sorta di “imprimatur” di qualità su un disco che fa dello spessore sonoro e autorale il suo piatto forte,
suonato completamente in “unplugged” e “in presa diretta” con i tanti e importanti musicisti in studio.
Il senso di Mattia per la canzone è più di una promessa: chi lo ricorda al “Festival di Sanremo” nel 2010
faticherà a collegare il pop raffinato di “Non parlare più” con i dieci capitoli del nuovo “RIVÉRDE”.
Mattia De Luca sembra davvero aver ritrovato ora la sua strada con quello che gli inglesi chiamano “The
difficult second album”, ossia il momento di conferma di quello che di buono si è visto e ascoltato in
precedenza.
“RIVÉRDE” comincia con i suoni che accreditereste ai migliori nomi della “popular music” statunitense e folk
irlandese, e termina con “Proud Mary”, quella “rollin’ on a river”, omaggio a John Fogerty e ai suoi
“Creedence Clearwater Revival”, realizzata in studio in una sorta di “jam session”, a conclusione del lavoro
sugli inediti.
E’ un disco suonato, appunto, e, allo stesso tempo, fedele all’idea di forma‐canzone cara più ai migliori
compositori di stampo anglosassone che italiano, c’è più gusto dell’entertainment che seriosità cantautorale.
Ed è un bene perché ne guadagna la gradevolezza dell’ascolto, sospeso tra una ballata dolce‐amara come
“Chiedi Scusa”, il gioco musicale di “Die For Your Love” e la scanzonata andatura di “Leave Me Or Love Me”,
in questo continuo rimando di scrittura in italiano e in inglese, che è un’esigenza (e non un vezzo) per Mattia,
cresciuto tra Italia e Stati Uniti, tra epigoni e suggestioni delle rispettive culture.
Al suo fianco, per quest’autentica prova d’amore verso un universo musicale e umano patrimonio di tutti, c’è
un cast di musicisti e autori di prima grandezza: su tutti spiccano gli inglesi PHIL PALMER (chitarra già al
fianco di Eric Clapton e “Dire Straits”), che ha prodotto con Mattia praticamente per intero il disco;
GEOFFREY RICHARDSON (premiata viola dei “Caravan” e, soprattutto, della “Penguin Cafè Orchestra”), che
ha curato gli archi; e quel KEN NELSON, produttore per i “Coldplay” (“Parachutes”), Paolo Nutini e “Kings of
Convenience”. E ancora, il bassista Michael Fèat; il pianista jazz di Detroit Greg Burk; l’armonicista Greg
Zlap; il batterista Geoff Dugmore (Rod Stewart, Robbie Williams, Dido).
Tra gli italiani, spiccano le firme di autori come Vincenzo Incenzo (“Chiedi Scusa”, “Mai dire Mai”) e di
cantautori come Niccolò Agliardi (“Al Posto Tuo”).
Il gioco delle citazioni e dei tanti nomi che hanno collaborato al progetto non deve far passare in secondo
piano la crescita di Mattia – sia come autore sia come interprete – sempre più conscio di aver riconosciuto la
propria identità artistica. La sua voce, quella che affettuosamente saluta Fogerty nel finale dell’album e il
caro vecchio “suono sixty”, ad esempio, sembra liberata e finalmente in cammino sulla propria strada, in un
disco che ha poco di tutto quello che gira intorno alla musica di questi tempi in Italia e tanto di quella buona
che i più attenti vanno a ricercare nei negozi e in rete.
“RIVÉRDE” mostra all’ascoltatore le potenzialità di una canzone rock moderna e italiana allo stesso tempo.
La verve di “Mai dire mai”, tra “handclap” latineggianti e il gusto della ballata evocatrice del grande sogno
(“We can change the world, re‐arrange the World”, che vi ricorda?), il singolo “Ninì”, che in ottobre ha
anticipato in radio l’uscita dell’album; l’epico incedere de “Il tempo degli Eroi” raccontano di un giovane
uomo che non ha rinunciato alle proprie idee e alla musica che ama, alle storie che lo rappresentano, alle
emozioni che gli permettono di sposare in un solo suono la nostra tradizione e quella statunitense. Non è
poco, è un biglietto da visita per tentare di vivere da protagonista questo decennio e quelli che verranno.
Per presentare dal vivo “RIVÉRDE”, anteprima del tour nei club a Roma il 20 novembre (“The Place”).