Il ricatto del ritocco: i giochini di Ibra e Maicon

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[oblo_image id=”1″] Pur non sapendo nulla di calciomercato e procuratori, Mark Twain aveva avvisato sui pericoli della gratitudine. Basta pochissimo per trasformarla in un ricatto: più ne concedi, più te ne viene chiesta. Chissà se la pensano così anche i dirigenti dell’Inter, costretti ad assistere un giorno sì e l’altro pure ai capricci di Douglas Maicon e Zlatan Ibrahimovic. Atteggiamenti emblematici e sintomatici di un comportamento diffuso tra i divi del pallone. Che sia chiaro: il laterale destro della nazionale brasiliana e l’airone svedese sono stati protagonisti assoluti nei recenti successi nerazzurri. Ma se ai più bravi si può concedere molto, a nessuno si può concedere tutto.  Invocare fantomatici riconoscimenti e adeguamenti a contratti già firmati, migliorati e rimpinguati a più riprese rimane un’esagerazione, se non una mancanza di rispetto.  Quali sarebbero poi i motivi del contendere: da cosa derivano i mal di pancia di Ibra o le frecciatine via stampa di Maicon? Come spesso accade, quando una motivazione non appare chiara significa semplicemente che non è fondata.

RICONOSCIMENTO ECONOMICO? Ibra è il giocatore più pagato della nostra serie A con 12 milioni netti d’ingaggio l’anno. Nessun terzino al mondo vanta un contratto top class come quello riservato a Maicon. Tutto giusto, ma proprio per questo non è il caso di lamentarsi. E quanto dovrebbe sborsare ancora Moratti sapendo per esperienza diretta che entrambi prima o poi torneranno a battere cassa reclamando un nuovo aumento? C’è un limite o come ci ricordava Twain a voler porgere sempre l’altra guancia si finisce inesorabilmente in un vicolo cieco? E allargando il discorso, bisognerebbe spiegare ai campioni ribelli (a tutti, non solo a quelli dell’Inter) che la riconoscenza è una strada a doppio senso. Se sono arrivati ai livelli attuali lo devono anche ai club, agli allenatori e ai preparatori che ne hanno favorito la crescita valorizzandone talento e  quotazione economica. Senza decurtare un centesimo dopo un infortunio o un’eliminazione, prendendone sempre e comunque le difese anche dopo gli episodi più scomodi come i gestacci  rivolti da Ibracadabra ai propri tifosi.

VOGLIA DI CHAMPIONS? Entrambi dicono di voler vincere a tutti i costi la Champions. Ma chi ha impedito loro di farlo con la maglia nerazzurra? Guardando e riguardando le partite fatali in Europa si nota come anche le stelle più luminose siano rimaste a guardare nel momento più delicato. Proprio per questo, è poco elegante distaccarsi accusando i compagni di essere responsabili dei fallimenti in serie in Champions. Neanche Maradona si è mai lamentato di aver vinto troppo poco con il Napoli per le lacune di chi giocava con la stessa maglia: eppure nessun gioatore sapeva essere così decisivo per la propria squadra come il Pibe de Oro.

Detto questo, rimane la speranza che il nostro campionato, già ampiamente ridimensionato, non si impoverisca ulteriormente perdendo altri due assi. Ma mai come in questo caso vale la pena di osservare il modello Barcellona. I campioni d’Europa non si sono mai preoccupati di vendere i campioni che facevano le bizze o che reclamavano un trattamento di favore, puntando piuttosto a scovare nuovi talenti meno esosi e più affamati. Perchè è bene ricordare che si può concedere tanto ai più bravi, ma a nessuno si può concedere tutto.