lunedì, Gennaio 18, 2021
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Il doppiaggio: un’arte che si fa sentire…

[oblo_image id=”1″] Torinese di nascita, romano d’adozione, doppiatore per passione. Massimo Bitossi, voce nota per le sue interpretazioni in E.R. Grey’s anatomy e Fahrenhet 9/11, ci conduce in un mondo affascinante e spesso colpevolmente trascurato. Raccontandoci le speranze, le difficoltà, la gavetta e le soddisfazioni di un lavoro sognato fin da ragazzino.

Come è iniziata la tua carriera di doppiatore, un lavoro non comune? Fin da piccolo chiedevo a mio padre perché non riuscivo a capire la provenienza regionale delle voci alla radio o dei telefilm, mentre se sentivo parlare la “gente comune” riuscivo già a capire dalla cadenza o dall’accento da quale parte d’Italia provenisse. Una volta subìto il fascino di queste voci, io volevo proprio fare questo lavoro, per cui mi sono organizzato per poterlo fare. Il mio non è un lavoro che si arriva a fare “per caso”. Se sia o meno un lavoro non comune, lo lascio dire agli altri. Per me è ovviamente normale. Incontro e lavoro ogni giorno colleghi o persone che comunque ruotano intorno a questo mondo.

Hai un modello di riferimento? Per mia fortuna non ho modelli di rifermento. Il rischio sarebbe quello di scimmiottare lo “stile” di qualche collega. Più che di “modelli di rifermento” parlerei di colleghi che mi piacciono di più e altri che mi piacciono di meno. Professionalmente parlando, s’intende. In questo caso, sì. Ce ne sono eccome.

Qual è la principale differenza tra doppiatore e attore: quanto pesa non potersi muovere sulla scena? Diciamo che la differenza è solo formale, tecnica. Un doppiatore deve riprodurre e veicolare tutte le emozioni che qualcuno ha già prodotto in originale soltanto con l’ausilio della voce. Di fatto, nella sostanza, non c’è differenza. Un doppiatore è soltanto un attore specializzato. Così come esiste il medico di base e poi esiste lo specialista (l’ortopedico, il dermatologo, il neurologo…). Sempre di un medico si sta parlando.

Per rispondere a questa seconda parte della domanda mi riallaccio alla prima parte: un doppiatore è un attore a tutti gli effetti. Per cui, per interpretare un ruolo “senza muoversi”, semplicemente si recita. Cioè, “si gioca a far finta di”. Solo con la voce. E’ questione di tecnica. Nulla di più.

Cosa cambia nel doppiare un cartone animato? Doppiare un cartone animato, contrariamente a quanto si possa pensare non è affatto divertente. Se è vero che è più facile da un punto di vista interpretativo, dal momento che la recitazione è molto al di sopra delle righe, è anche senz’altro vero che è molto più faticoso da un punto di vista fisico. La caratterizzazione della voce e il dover molto spesso urlare per coprire tutti i versi che le animazioni dei cartoon richiedono costano fatica e parecchia energia.

Qual è stato il ruolo più difficile e il più semplice che hai doppiato? Francamente cerco di mettere sempre lo stesso entusiasmo e la stessa professionalità quando sono la voce di un documentario, o quando doppio un personaggio psicologicamente sfaccettato e quindi complicato. Il più semplice ovviamente non lo ricordo, per il fatto che è stato “fisiologicamente dimenticato” e “archiviato” come uno dei tanti lavori fatti.

Tra i più difficili ricordo senz’altro il doppiaggio di Benedikt Erlingsson ne “Il Grande Capo” di Lars von Trier dove, per tre quarti del film ho dovuto parlare islandese. E’ stata trovata tramite l’ambasciata una persona che è venuta in sala di doppiaggio a farmi da consulente madrelingua per darmi la corretta pronuncia della sua lingua. Insomma, non proprio una passeggiata…

A quale personaggio sei più affezionato? Sarò sincero: a nessuno. Vivo il mio lavoro con grande passione, ma senza un attaccamento maniacale, in special modo verso gli attori a cui ho prestato la voce. Se un minimo di affezione c’è stata, questa è riservata solo a Mekhi Phifer, il dottor Greg Pratt di “ER – Medici in Prima Linea”; il primo ruolo importante che mi è stato affidato praticamente appena arrivato a Roma e che mi ha permesso di essere “sdoganato” in tempi brevissimi all’interno del mondo del doppiaggio.

E’ mai capitato che qualcuno magari per strada sentendoti parlare riconoscesse la tua voce? No, mai. E’ capitato che qualcuno mi abbia fatto il classico complimento per “la bella voce”, ma anche questo non è così frequente. Grazie al cielo né io, né nessuno dei miei colleghi utilizza la voce nella vita “normale” nello stesso modo in cui la si utilizza in sala di doppiaggio. Sembrerebbe terribilmente stupido e innaturale.

Hai ancora un sogno nel cassetto?  Oh, di sogni nel cassetto ne ho infiniti. Ma per fortuna non riguardano il mio lavoro. Per lo meno non in maniera preponderante. Penso ancora, e credo sia una fortuna, che il lavoro sia importantissimo, ma che rimanga pur sempre un mezzo per vivere. Certo, se da questo si traggono anche belle soddisfazioni, non solo economiche, è una grande fortuna! Io mi ritengo un privilegiato: ho avuto la possibilità di riuscire a fare ciò che desideravo. Per cui il mio sogno è “solo” quello di poter continuare a fare ciò che sto attualmente facendo. Per tutti gli altri sogni nel cassetto che ho, non credo basterebbero tutte le pagine di questa rivista…

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