Il capo dei capi: in edicola ritornano i Corleonesi

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[oblo_image id=”1″]Sono passati 14 anni da quel lontano 15 gennaio del 1993, quando Totò Riina, capo incontrastato di Cosa Nostra, venne arrestato davanti alla sua villa di Palermo, dopo oltre vent’anni di latitanza. Nello stesso anno uscì il libro “Il capo dei capi” di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, in cui si ripercorrevano ascesa e declino di Riina, ragazzino analfabeta siciliano, che in poco tempo era diventato il più temuto esponente della mafia, dopo aver ribaltato gerarchie secolari e aver innalzato i contadini di Corleone ai vertici della mafia. Il 17 ottobre è uscita per Rizzoli la nuova edizione, corredata di una terza parte, inedita: la storia raccontata questa volta è quella dei figli di Riina, eredi dell’impero paterno, Giovanni e Salvo; uno dei libri più venduti del momento, sicuramente grazie al traino della serie tv in onda su canale5.

Per raccontare la storia, Bolzoni e D’Avanzo sono andati, e più volte ritornati, nella sua terra, a parlare con la sua gente, con chi lo ha conosciuto, combattuto, tradito, giudicato. E, ancora oggi, continua a temerlo. Perché tutto è rimasto come prima. Al posto di Totò ci sono i figli: le generazioni si danno il cambio ma i cognomi restano sempre quelli!

Giovanni e Salvo, rispettivamente di quindici e sedici anni, fanno la loro comparsa dopo appena ventiquattro ore la cattura del padre: tornano a Corleone, nel cuore della notte, insieme alla madre e alle sorelle. Per la prima volta, tolti di dosso i panni di anonimi palermitani, si riappropriano delle loro origini, dei loro ruoli; apparentemente nessuno si è accorto della loro presenza, eppure in paese tutto è destinato a cambiare. A loro spetta la pesante eredità di un nome che vanta sanguinarie repressioni e violente retate; da lì a pochi anni dovranno riappropriarsi silenziosamente di quel potere perduto sotto i riflettori. Ma l’attore principale di questo secondo atto sembra essere il più piccolo, Salvo: è lui il prediletto del padre, il più intelligente, l’unico ad aver capito che per riconquistare il regno occorre reinserirsi nella società corleonese, dove tutto ha avuto inizio; occorre parlare e presentarsi alla gente giusta, agli amici di un tempo, e diffidare dei cittadini palermitani, pronti a voltarti le spalle e a venderti per niente. Questi erano gli insegnamenti del padre, questi i pilastri su cui aveva fondato l’impero. Ma l’errore più grande di Salvo Riina fu quello di non accorgersi che il mondo intorno a lui era cambiato: ciò di cui parlava, tutti i suoi piani, i suoi progetti, erano spiati dalle cimici piazzate ovunque. Non poteva sapere che quel luogo in cui si sentiva così al sicuro, in cui voleva ripercorrere la violenza del padre ed esserne il degno successore, si era trasformato in una trappola; non poteva sapere che quel nome che un tempo incuteva timore, era diventato un bersaglio. Fu così che l’impero morì nuovamente, per rinascere in altre mani e in altri luoghi.