I manga, la metafora di un popolo

0
6

[oblo_image id=”1″] Holly gioca la partita decisiva con una spalla distrutta, Julian Ross rischia l’infarto in campo per la stessa ragione, Bruce Harper prende pallonate in faccia di continuo per evitare i gol di Mark Lenders.

Seiya di Pegasus è pronto a dare la sua vita per la dea Atena, e come lui i suoi amici, che mettono da parte la corsa personale all’armatura d’oro per difendere la Terra.

Mila Azuki è una grande pallavolista, e va oltre l’invidia verso chi è più brava: l’ammira, e glielo fa sapere. Spike Spiegel va incontro alla sua fine senza opporre una reale resistenza, perché Julia è morta, niente ha più senso ormai.

Kira non usa il Death Note con cattivi presupposti, cerca di rendere il mondo un posto migliore liberandolo dalla criminalità.

Goemon Ishikawa, compare di Lupin III, è il discendente fittizio di un guerriero ninja leggendario, un Robin Hood con gli occhi a mandorla.

A Candy ne capitano di tutti i colori, eppure sorride sempre, anche quando non ce ne sarebbe proprio alcun motivo. Potrei continuare per ore.

Chi legge i manga non avrebbe dovuto avere bisogno della splendida lezione di antropologia culturale che il Professor Gerevini della Waseda University ha tenuto sulle pagine del Corriere della Sera.
Gerevini ha esposto allo sguardo dello straniero, agli istintivi e passionali latini, le ragioni dell’apparente vuoto pneumatico emotivo del Sol Levante.
Lo tsunami interiore dei giapponesi rimarrà tale: riservato a se stessi e, forse, ai propri cari.
 
Se vi aspettavate proteste ed assalti ai forni manzoniani da un popolo che trova sconveniente uno starnuto in pubblico, sbagliavate di grosso.
 
I giapponesi non cercano semplicemente di salvare le apparenze, nemmeno in condizioni di normalità. Hanno interiorizzato l’importanza dell’opinione degli altri nella vita degli esseri umanigrazie ad uno sconfinato senso dell’onore e della responsabilità, cose che ormai, dalle nostre parti, vengono considerate come secondarie.
 
Sono le cose che ci hanno tenuti incollati ad uno schermo televisivo o ad un volumetto che si legge al contrario. Estremizzate, certo, ma per questo più apprezzate da chi deve formare la propria personalità. Non erano solo il calcio o la pallavolo, ma anche lo spirito di gruppo, possibilità di essere amici di un rivale.
 
Il desiderio di giustizia per tutti, l’amore assoluto, la resistenza, la sopportazione, lo stoicismo davanti alle difficoltà.
 
Questo è quello che i giapponesi cercano di essere da sempre, quello che tentano di trasmettere di loro stessi, della loro cultura: avrebbe potuto capirlo persino lo staff del Tg1, se non avesse perso il proprio tempo ad ammirare l’ordine delle code per una bottiglia d’acqua o per un po’ di pane. ((http://utopienegative.blogspot.com)