Guai del pallone: li scoprono i giudici, li ricopre l’Azzurro

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Non lasciamo che questa vittoria cancelli, come sempre è successo, i problemi del nostro calcio. Sono le parole di Roberto Donadoni, commissario tecnico dell’Italia, a neanche un’ora dalla vittoria in Scozia, quella che ha portato l’Italia all’Europeo 2008. Una vittoria che ha scritto anche una pagina di storia: dall’epoca dei romani i popoli italici non avevano mai saccheggiato l’antica Caledonia (come beffardamente il Vallo di Adriano, in tutta la sua maestosità, ci ricordava). Ma lui, Roberto Donadoni, un uomo crocifisso per oltre un anno da tutta la stampa, da tutto il popolo, invece di godersi il suo successo, la sua gloria, ha voluto ammonire un intero paese. Il suo.

Non vuole che i gol di Toni e Panucci cancellino la follia ultràs scaturita dopo l’omicidio di Gabriele Sandri, il tifoso laziale caduto sotto il fuoco di un agente della Polstrada. Non vuole che l’armata azzurra, uscita indenne dal tempio dei protestanti di Ibrox, asciughi le lacrime di terrore dei bambini allo stadio di Bergamo: impietriti nel vedere che alcuni “tifosi” della curva usavano un tombino per distruggere i plexiglass, che li divideva dal campo, in modo da far sospendere la partita.

Ma perché quelle parole?, si è chiesto l’ascoltatore medio. Perché dirle in un momento che doveva esser di semplice gioia sportiva?

Semplice.

Perché storicamente, in Italia, le vittorie della Nazionale sono servite a cancellare i misfatti del nostro sistema, calcistico e non. Storicamente le imprese degli azzurri hanno avuto un effetto calmante: un po’ come se si somministrasse della morfina ad un malato terminale di cancro. Il dolore passa, è vero, ma la malattia no. Quella resta, si amplifica, fa più danni. E così, in fondo, succede anche nella società.

[oblo_image id=”1″]Partiamo dall’impresa Mundial in Spagna nel 1982. Tutti, ma proprio tutti, ricordiamo l’urlo di Tardelli, il Non ci prendono più di Pertini rivolto al Re Juan Carlos, ma nessuno si ricorda, o non vuole farlo (…), cosa successe prima di quei giorni a cavallo fra giugno e luglio. Cosa avvenne, cioè, prima dell’esplosione di Pablito, della vittoria contro il Brasile, troppo forte per esser vero, di Zico e Falçao. Parliamo del calcio-scommesse: lo scandalo che fu la risultante di un percorso partito parecchi anni addietro. D’altronde non c’è da stupirsene. Soldi e pallone sono sempre andati a braccetto. Ma quella volta fu diverso: per la prima volta indagò la magistratura che portò davanti ai giudici dirigenti, giocatori, scommettitori. In Italia (paese in cui da sempre puoi toccare tutto tranne il sacro giocattolo, come scrisse in quegli anni Brera) scoppiò un putiferio senza pari. Ma quanto durò? Beh… Sappiamo dire, però, quando finì: quando Zoff alzò la Coppa. Perché mentre si festeggiava al Bernabeu, in Italia si alzò un coro unanime: amnistia. E, ovviamente, amnistia fu. Vennero condonate, in tutti i campionati, professionistici e non, le squalifiche. Balziamo in avanti di 24 anni. 9 luglio 2006: un’altra data che non si scorderà mai. Fabio Grosso, Barthez da una parte il pallone dall’altra: campioni del mondo. Anche quella vittoria cancellò il dolore di un calcio stuprato nemmeno sessanta giorni prima dalle partite truccate, dagli arbitri messi sotto “pressione”, dal caso Gea. Tutti in piazza a festeggiare e nessuno, a parte i tifosi juventini, che faceva riferimento a quell’altro scandalo senza precedenti. In questi ultimi mesi qualcuno ha più sentito parlare del processo Gea? Delle accuse mosse ai vari Moggi e Giraudo? La risposta è no. Uno fa il commentatore tv, l’altro ha trovato lavoro a Londra. Pace, amen.

Anche questa medaglia ha due facce, come sempre. Cominciamo da quella positiva… Quando si trova con le spalle inchiodate al muro, l’italiano non si abbatte. E non provate a farlo voi: non ci riuscireste. L’italiano, l’ostacolo, lo scavalca con furbizia, con grinta. E poi lo dimentica. Ecco perché Donadoni ha ammonito un paese intero. Non ha avuto paura, il Ct, di esporsi pubblicamente. Il problema ultràs c’è, inutile nascondersi. Ma che fare? Gattuso ha detto: Bisogna far rispettar le regole. Eccolo il punto chiave, la faccia negativa della medaglia. La certezza della pena. In Italia manca. In altri posti no. Come esempio citiamo proprio il calcio britannico: lì, per una semplice invasione di campo, si rischia fino ad un massimo di 6 mesi. E li si sconta tutti: dal primo all’ultimo. Qui da noi, invece, è un’altra cosa. Per questo siamo il Bel Paese. Massimo Gramellini ha scritto il 14 giugno 2006: Va bene che siamo nella terra dei cachi, dove i peccati vengono perdonati già mentre si commettono, in cambio di un generico pentimento e di un’offerta al santo protettore. Però non è mai troppo tardi per diventare un paese serio.

Già: la speranza è proprio l’ultima a morire. Tanto, al massimo, se non dovessimo farcela, c’è la Nazionale che vince quando serve e ci dà la morfina. Per star tranquilli, per non sentire, e vedere, il cancro. Che in tanto avanza. Inesorabile.