Gran Torino, o la ruvida superficie dell’integrazione

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Un film che rimane nell’anima, dove esci e sai, in fondo, che quando avrai un figlio saranno questi i film con cui, nel tuo piccolo, vorrai educarlo, film che rimangono come pietre miliari, senza eccessi, senza effetti speciali, limati di tutto quello che è effetto speciale ma che suscitano esattamente quello che un film drammatico deve suscitare: emozioni. Inutile dirlo, questo film ne ha da vendere.

Clint Eastwood, recita, nei panni di Wall Kowalski, il ruolo di un reduce della Guerra di Corea, vedovo, scontroso e razzista. Come per ironia della sorte, è l’unico americano rimasto in una zona abitata principalmente da coreani e altri stranieri. Con un odio espresso con grande verosimiglianza dall’attore, questi (Kowalski), nelle rare volte in cui esce di casa, tenta di riparare i torti delle gang di stranieri armato di fucile. Proprio per questa sua propensione, più come crociata personale contro gli stranieri che per altruismo, salva il giovane Thao (Bee Vang) dall’arruolamento forzato nella gang di suo cugino. Nonostante voglia solo essere lasciato in pace, riceve le incessanti visite e omaggi della famiglia di Thao, di etnia Hmong (originaria di Laos, Cina e Tahilandia). Quando il ragazzo, sotto le pressioni del cugino e dei suoi complici, tenta goffamente di rubare la sua automobile, una Gran Torino, è costretto dalla famiglia a ripagare questa “offesa” aiutando per alcuni giorni l’anziano uomo, anche perché quest’ultimo aveva salvato sua sorella Sue (Ahney Her) da una gang di tre ragazzi neri. In questo modo, con l’aiuto diretto di Sue e quello che si potrebbe definire come il “supporto morale” indesiderato di Padre Janovich, che lo segue per volere della sua defunta moglie, Wall riesce a superare l’iniziale diffidenza e imbarazzo e ad apprezzare (anche se non lo ammetterà mai) la comunità Hmong. Molto divertente, tra l’altro, la riflessione di Wall secondo cui abbia più valori in comune con la comunità che con la sua stessa famiglia, con la quale ha un rapporto pessimo. Proprio per questo lento processo di integrazione che, non casualmente, vede un americano integrarsi nella comunità Hmong, e non viceversa, Wall decide di aiutare Thao a trovare un lavoro in cantiere, procurandogli, tra l’altro, tutta l’attrezzatura, oltre che il lavoro, ma la gang ha progetti differenti per lui, e lo aggredisce. A ciò Wall risponde picchiando uno dei tre ragazzi intimando loro di non avvicinarsi più alla famiglia. Il colpo definitivo che fa scattare la sua rabbia è la reazione della gang che, non solo spara in casa della famiglia Hmong, ferendo lievemente Thao, ma violenta Sue (da notare qui la grande prova di recitazione offerta da Ahney Her).

Il finale è di quelli che lasciano, certo, forse amareggiati, ma consapevoli di quanto sia profondo e, sicuramente, non scontato.

Sorprende l’incredibile varietà di temi affrontati nel film. Vi si trova sia il razzismo etnico visto da molteplici angolazioni, in un modo che ricorda molto “Crash” di Paul Haggis, sia la coriacea chiusura mentale che consegue all’incontro/scontro di razze diverse, in questo molto simile ad “American History X”. Da non sottovalutare, inoltre, il disprezzo, per non dire razzismo, di tipo sessuale più volte subito da Sue, ma anche la solitudine in generale degli anziani, che si dirama, nel film, nella solitudine in particolare, del vedovato e dell’incomunicabilità del rapporto tra Wall e i figli. Da non dimenticare, infine, il sottile riferimento alla guerra e all’impatto mortale che ha sulla mente dei soldati.

Insomma, si tratta di un film che, veramente, insegna, senza ricadere nell’errore spesso presente in film del genere, di dare ragione all’una o all’altra parte, ma che presenta, semplicemente, la miseria che consegue dall’odio del diverso, dalla mancanza di rispetto e nella quale scende chi non riconosce nell’altro, per futili motivi, la dignità.