sabato, Gennaio 16, 2021
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George meglio di Richard. Ma solo sullo schermo

George Clooney, Richard Gere. Belli, di sicuro. Bravi, entrambi. Ma forse sulla simpatia l’apparenza potrebbe ingannare.

La terza giornata del Festival di Roma ha avuto come protagonisti assoluti i due divi americani, sullo schermo e di persona, accendendo finalmente l’interesse degli amanti del red carpet. Applausi a scena aperta per Clooney, mattatore assoluto di “Tra le nuvole” di Ivan Reitman, che torna a Roma due anni dopo il trionfo ottenuto con “Juno”, raccontando la crisi vista dagli americani. O meglio, il punto di vista di chi materialmente “riduce” la forza lavoro delle aziende in crisi, famoso con il rassicurante titolo di “tagliatore di teste”.

[oblo_image id=”1″]Sorta di killer moderno che elimina senza uccidere, il personaggio con il volto di George non ha vita, non ha personalità. La sua principale identità si riassume dietro l’etichetta di “frequent flyer”: sempre in volo da una parte all’altra del globo, anestetizzandosi nei confronti delle conseguenze del proprio lavoro, ha perso completamente il contatto con lo spazio e il tempo. A dirla con le parole del regista, “crede di essere dappertutto anche se non è da nessuna parte”. Due donne, molto diverse tra loro, si insinueranno dal di dentro nel suo mondo mettendolo in seria difficoltà. Una pellicola che conferma le qualità di Reitman, bravo a cogliere aspetti non banali della società americana inserendole letteralmente nel proprio lavoro: nel film appaiono 25 rappresentanti di quel milione di persone che hanno perso il lavoro durante la crisi, e la stessa colonna sonora è scritta da uno di loro.

[oblo_image id=”2″]Discorso diverso per “Hachiko: a dog’s story” di Lasse Hallstrom, in cui Richard Gere è un professore di musica che “adotta” un cagnolino trovatello, che lo ripagherà con tutta la fedeltà possibile. Ispirato da una storia vera (cane e padrone in questione sono vissuti negli anni Venti del secolo scorso in Giappone), il film è una macchina da lacrime travestita da parabola spirituale in cui comunque Gere regala un’interpretazione intensa e molti sospiri in sala per giovani e meno giovani (del gentil sesso). Ah, a proposito: molto bravo anche il cane.

Ma un Festival del cinema è bello anche perché ti permette di vedere un dietro le quinte che spesso non è cosi “dietro”. Soprattutto se tra conferenze stampa e incontri con il pubblico il divo è più facile da toccare. E può capitare che l’affascinante Clooney, di fronte a una sala gremita di giornalisti (e di treppiedi per telecamere occupanti parecchi posti utili per gli umani), incappi in una giornata storta e decida di rispondere a una domanda su quattro (a proposito, grazie a Jason Reitman per aver rimediato in parte all’anoressia verbale di George). Di più, il bell’abitante di Laglio arriva a mostrarsi scocciato di tutte le domande sulla sua vita privata. E a dire che esiste un confine da non superare da parte dei giornalisti. Peccato, vorremmo ricordare al bel (e brav) Clooney che la storia con la ancor più bella Elisabetta l’ha messa lui in bocca alla stampa. Poi certo, c’è chi da un dito si è preso il braccio. Ma si sa che con “certa gente” non si può rischiare. En passant: George è figlio di un giornalista.

Tutt’altra aria si respira all’incontro di Richard Gere con il pubblico. Disponibile, simpatico, autoironico (strepitoso quando si prende in giro da solo per il suo francese in American Gigolo, con le sue risate in cuffia mentre le immagini passano sullo schermo). Risponde a tutte le domande, concede autografi sul palco, si nega solo a una fan che vorrebbe un abbraccio (dopo aver chiesto il permesso alla moglie Carrie, presente in sala. Che ha gentilmente detto “NO”. Alzi la mano tra le signore chi potrebbe biasimarla).

Insomma, se sullo schermo vince George, Richard sbaraglia il campo dal vivo. Può darsi che sia l’influenza del Dalai Lama. Se così, fosse, consigliamo al bel Clooney un corso di meditazione. Anche se capiamo che con la Canalis accanto è parecchio difficile.

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