Francesca Comencini: l’esploratrice della realtà

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[oblo_image id=”2″]Ha un viso dolce e l’aria di chi bada alla sostanza delle cose. E’ una regista “impegnata” ma anche una madre attenta, normale. Definisce il suo cinema umano; e noi ci aggiungiamo anche reale, un po’ provocatorio, e per certi versi, anche controtendenza rispetto ad una realtà distratta rispetto ai veri ed importanti aspetti della vita. Ha respirato aria di cinema dalla nascita perché è figlia del grande Luigi Comencini, fra i padri del “grande cinema italiano” del secondo dopoguerra. Lei è la Comencini bruna, molto diversa dalla biondissima sorella Cristina, anche lei regista. Di se stessa dice di essere da sempre la “ribelle” di famiglia. E forse lo è, anche per via del suo cinema “impegnato” e a volte un po’ scomodo. Il suo lavoro è spesso accompagnato dalle polemiche, e all’ultimo Festival del Cinema di Torino, dove ha presentato “In fabbrica” non è andata diversamente. Il suo documentario, che ritrae in maniera lucida e commovente, la classe operaia del nostro paese dagli anni ’50 fino ad oggi, è stato accolto da molte lodi, ma anche molte critiche.

Da dove nasce l’idea di fare un film sulla fabbrica, sugli operai? Nasce da una riflessione. Ci sono aspetti della realtà che sono stati completamente eliminati dal racconto in questo Paese, sia da quello televisivo che da quello cinematografico. Ci sono tematiche che negli ultimi 15 anni, sono state come evacuate. Ho voluto parlarne, perché credo che il lavoro sia ciò che ci obbliga a confrontarci con la realtà, al di là dei nostri sogni e temperamenti. “In fabbrica” in qualche maniera prosegue il lavoro che avevo cominciato con “Mobbing”. Sono temi forti, importanti, e mi sono detta: come è possibile che non se ne parli! In un Paese che piazza tutta la sua retorica sulla maternità, sulla famiglia… vedere poi le donne sottoposte ad ogni tipo di difficoltà mi ha spinto ad occuparmene.

Guardando il suo cinema si ha la sensazione di capire bene quale sia la sua idea del mondo ed il suo modo di vedere le cose. In “A casa nostra” lei demonizza il denaro, che forse ha preso il posto del lavoro come valore centrale nella vita di molti. Vuole fare “morale” attraverso i suoi film? Sono stata troppe volte accusata di fare cinema schierato, ma io detesto questa parola, anche perché non mi sento affatto schierata. Cinema morale lo considero invece un grande complimento. Ma chi fa morale non è schierato. Io cerco di fare un cinema umano, credo sia questa la mia caratteristica. Cinema politico in maniera diretta… assolutamente no.

Il suo documentario è stato accolto al Festival di Torino in modo ambivalente. E’ stato molto lodato ma anche molto criticato. Perché? Da alcuni sono stata giudicata faziosa, invece posso affermare di essere una persona assolutamente libera. Sono di sinistra certo, ma perché questa è la mia formazione. Io cerco di raccontare la realtà, umanamente, e non faccio cinema di parte. Poi se parlare del valore della vita umana, degli umili, delle persone che non fanno notizia, che non hanno il potere e non lo rincorrono, vuol dire essere schierati… beh, allora lo sono.

Le polemiche spesso accompagnano i suoi lavori. Anche per “Carlo Giuliani, ragazzo” non la risparmiarono… Per me quel film voleva essere un attimo di pietas e di rispetto per un ragazzo vilipeso a poche ore dalla sua morte da tutti i media. E’ un film che ho fatto per solidarietà umana: a quella manifestazione poteva esserci mio figlio. Nulla a che vedere con la politica, non volevo fare luce sui meccanismi oscuri del G8 a Genova.

Al di là delle polemiche, possiamo dire però che il suo cinema è senz’altro controtendenza, in un momento in cui nei film di maggior pubblico si racconta solo la vita dell’alta borghesia romana?Guardi, le voglio dire una cosa, i più grandi film mondiali sono quelli che si interessano ai perdenti. E’ molto più facile fare retoricamente film sui potenti. L’Italia è stata grande e forte quando ha raccontato le storie delle persone qualunque. Ed io è questo che cerco di fare, con una certa rabbia, perché ci sono molte cose che mi indignano. In questo Paese c’è bisogno di spostare lo sguardo del racconto dalla irrealtà nella quale è caduto. E’ indispensabile aprire delle finestre su alcune realtà per evitarne l’esplosione. I luoghi chiusi fanno sì che le regole vengano perdute. Ci sono posti e situazioni che non sono stati esplorati, raccontati, ed è lì che si sono perse le coordinate della realtà. Raccontarli serve a fornire uno specchio necessario per tornare alla normalità, senza disorientarsi… Penso a Napoli per esempio. Non si possono ignorare certi luoghi critici del nostro paese. Non si può sempre e soltanto raccontare le belle case, le belle donne…

Il cognome che porta lo vive come una responsabilità o un privilegio? In tutta la mia vita ho cercato le difficoltà, perché mai si potesse dire che il mio cognome mi avesse facilitata. Non l’ho mai mescolato, né ho approfittato di questo. Per me essere figlia di mio padre significa cercare di essere sempre me stessa, perché era questo che lui voleva. E’ chiaro però che lo considero un grande privilegio, per quello che grazie a lui ho imparato professionalmente, e per l’educazione che ne ho ricevuto.

Intendevo dire, se sente, quando realizza i suoi film, la responsabilità di fare qualcosa che sia degno del cognome che porta. E’ un gran bel concetto quello della responsabilità. Lo trovo giusto, e cerco sempre di tenerlo presente. Questo mio ultimo film l’ho dedicato a mio padre… e a tutti i padri. “In fabbrica”, si apre proprio con immagini di repertorio girate da mio padre per la Rai, ed è tutto sotteso da un sentimento di omaggio alla sua memoria.

Qual è il film che le piacerebbe realizzare adesso, c’è un argomento che sente come urgente? Mi piacerebbe parlare di maternità, sia perché è stato il centro della mia vita, ma soprattutto perché credo sia una questione della quale le donne si devono riappropriare. Invece oggi è oggetto di dibattiti e discussioni, spesso ideologiche, ed in sedi non appropriate.

A proposito di sedi appropriate… cosa ne pensa delle recenti polemiche della Cei sugli attori, e sull’obiezione di coscienza? Non si può dare troppo peso a tutto. Siamo in un Paese libero e ognuno può esprimere la propria opinione; l’importante è che ognuno rimanga nel proprio ambito. Anche se trovo che il confronto e la discussione sia sempre positiva, quando è sincera.