Eliminati ed umiliati. Ma ora ci si può rialzare

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[oblo_image id=”1″] Ci farà bene. Si dice così un pò perchè è vero e un pò perchè serve sempre pensare che il futuro sarà migliore. Quando si perde 3-0 bisogna sforzarsi di trovare un appiglio per non sprofondare nella rassegnazione. La Confederations Cup doveva dirci a che punto si trova la Nazionale campione del mondo in carica. Se si tracciasse una griglia da pole position, l’Italia si collocherebbe su per giù dove ora naviga la Ferrari. Lontana, lontanissima dalla testa. E’ il momento di dare la caccia al problema? Magari fosse solo uno. Siamo indietro sul piano tecnico, fisico, anagrafico e non di poco rispetto a Brasile, Spagna ma anche Inghilterra, Portogallo e Olanda per citare le prime che vengono in mente. Eppure c’è qualcosa che lascia aperta la porta alla speranza. Non è solo la scaramanzia secondo cui chi vince la Confederations fa fiasco al successivo mondiale. E’ l’esperienza a raccontarci di come per la truppa azzurra siano più indigeste le lodi che le critiche, le vigilie serene piuttosto che il clima da trincea. La vanità appagata dagli applausi imbolsisce le gambe, l’orgoglio di chi si sente ferito sa regalare ruggiti tonanti. E’ stato così per il Mondiale ‘82 e per quello di Germania: fuori scoppiava il caos, nel ritiro azzurro si faceva quadrato e si costruiva l’impresa. Lippi sa rigenerare come nessuno i propri soldati responsabilizzandoli nel momento più delicato. Ma sa anche di non potersi affidare solo sulle energie nervose. Qualcosa – probabilmente molto – va cambiato anche in campo. Dalla scelta di un modulo più pertinente al nostro modo di interpretare il calcio alla ricerca di facce nuove ancora affamate. Ecco, almeno per questo la tourneè africana è stata preziosa. Ci ha aperto gli occhi: siamo i campioni in carica, non siamo i più forti. E’ bene ricordarsi che stando ai valori assoluti non lo eravamo neppure tre anni fa. Oggi come allora non bisogna affannarsi a scimmiottare gli avversari sfidandoli sul loro terreno ma irretirli su quello a noi più congeniale. Affrontare il Brasile sul piano del palleggio con un tridente offensivo ed un centrocampo portato più a costruire che a distruggere, è un azzardo che si può pagare caro. Avere riconoscenza verso gli eroi di Berlino è doveroso, ma c’è un limite. Quello segnalato dalla carta anagrafica e confermato dal campo. Anche su questo Lippi dovrà riflettere. Intanto raccoglierà tutte le stroncature più pesanti e le servirà ai giocatori: li convincerà a cercare una rivincita, quasi una vendetta nei confronti della cinica stampa del day after Brazil. Noi con loro speriamo fortissimamente di poter ammettere tra dodici mesi di esserci sbagliati.