Educazione Siberiana. Dialogo con Nicolai Lilin

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[oblo_image id=”1″]Leggere Educazione siberiana è un viaggio in una nuova cultura che per molti versi appare quasi un viaggio come la tanto conosciuta Gomorra di Saviano. L’autore il 28enne Nicolaj Lilin racconta con lucidità ed emozionante tatto la sua vita in Transnistria, all’interno di una comunità criminale, in cui vige un codice che regolamenta la vita degli appartenenti che sin da bambini imparano a vivere e sopravvivere. Nicolai, detto Kolima, apprende giorno dopo giorno grazie agli insegnamenti degli anziani saggi (tra cui suo nonno Kuzja) il codice di vita del popolo Urka che dalla Siberia è stato deportato ai tempi di Stalin, in questa terra di nessuno. La Transnistria appunto. E scopre una grande passione: quella dei tatuaggi. Diventerà un bravo tatuatore, mestiere che esercita in Italia. Il romanzo, pubblicato da Einaudi, si nutre di miti e leggende ma anche di violenza di ogni genere.

[oblo_image id=”2″]Da dove nasce l’idea di scrivere questo romanzo? Sono arrivato in Italia e ho capito che facevo parte di una comunità della quale nessuno sa niente e nessuno si interessava. Che cos’è la Transnistria e cosa succede in quella terra, in occidente non lo sa nessuno. Sapendo di tante problematiche della mia patria, di mancanza dei diritti umani, della corruzione politica interna e dello sfruttamento geopolitico esterno, sentivo forte bisogno di attirare l’attenzione su questo posto. Però non volevo farlo direttamente, ho scritto un romanzo forte, cosi ritengo più onesto portare la verità alle persone: mettendoli davanti al posto e lasciandoli scoprire tutto da soli. In poche parole il mio romanzo può essere visto anche come un’esca per attirare l’attenzione verso molte problematiche attuali della mia terra.

Cosa si prova a passare da una società come quella di Bender a quella italiana? Paure, confronti, curiosità. Grande contrasto. Come dal buio uscire sulla luce, cambia tutto, si scoprono tante cose nuove e anche situazioni passate vengono viste in diversa maniera. Sono diventato un’altra persona, diverso da quello che ero una volta, e questo è un gran bene.

Che significato ha la cultura dei tatuaggi nella tua vita? Era un mezzo di comunicazione, io l’ho usato moltissimo, a volte ho paura di essere disonesto verso questa cultura che non c’e più. Però è stato fondamentale per attirare l’attenzione di molte persone, interessarli a un passaggio culturale nuovo, sconosciuto.

Com’è stato crescere in un luogo impregnato di violenza di ogni genere? Le cose più brutte e difficili da affrontare succedono adesso, non quando ero ragazzino. Violenza più grave è quando un intero popolo è condizionato da politici corrotti e criminali di tutti livelli, che li sfruttano senza nessuna pietà. Questa è la situazione attuale che va combattuta e cambiata attraverso impegno internazionale.

Quanto dell’educazione di nonno Kuzja ti è servito o aiutato nella vita? Mi ha salvato la vita la saggezza dei vecchi, dentro nonno Kuzia ho messo tutto quello che ho percepito dal rapporto con molti anziani, la loro esperienza infinita. Dobbiamo tutti appoggiarci ai nostri vecchi, ascoltarli, considerarli, e così potremo costruire la nostra vita senza grandi sbagli.

Quello che racconti nel tuo libro è vero? Il mio è un romanzo e l’ho scritto basandomi sulle esperienze personali. Quando c’e di vero e quanto di invenzione non ha importanza, dato che non è un saggio storico e non è un libro che denuncia qualcosa in maniera giornalistica. Ripeto questo libro è forte, è scritto per creare confronto, per sconvolgere, per scandalizzare, e alla fine portare tutti a conoscere quel posto, da dove arrivo. Credo che sono riuscito a farlo. Al festival di Massenzio di Roma, mio collega Kader Abdolah ha detto che “Noi scrittori dobbiamo mentire per portare lettore alla verità assoluta”, credo che vale anche per me come concetto. Ho mischiato molti fatti, operando liberamente da quello che avevo vissuto, per portare il lettore al livello di sensibilità totale, per trasmettere i sentimenti, che avevo sentito io sulla mia pelle. Per questo non potevo seguire con precisione i fatti storici, dovevo stare al di fuori di qualsiasi forma politica, non essere condizionato da nessun fattore esterno della storia, ma raccontare quello che avevo sentito, provato da ragazzino. Schierarsi contro il mio libro è come schierarsi contro le memorie di un bambino, e come se oggi qualcuno criticasse i diari di Anna Frank, perché non raccontava con precisione quanti pali elettrici c’erano nei campi di concentramento e a che ora precisamente si eseguivano le fucilazioni… Persone che mettono in dubbio la veridicità dei fatti sono lontani dal livello necessario per comprendere la letteratura, sono contro la letteratura, perché seguono altri interessi: politici, economici e solo Dio sa quali altri. Dante nella “Divina commedia” ha scritto “Non ti curar di loro, ma guarda e passa…”, cosi faccio anche io.

Nicolai Lilin
Educazione siberiana
Einaudi Editore
20 euro