Defiance, quando la paura salva la “parabola”

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Defiance
Di Edward Zwick
Usa, 2008
Nomination: miglior colonna sonora

Immaginate di dovervi dare alla macchia. Soli, isolati all’interno di una foresta dalla quale non potete uscire pena la cattura e la morte. Immaginate che sia il 1941, e che siate ebrei nella Bielorussia invasa dai nazisti. Non certo una bella situazione, combattere con un nemico del genere. E non solo. Eppure stavolta non è la solita storia degli ebrei “solo” perseguitati. O meglio, avrebbe potuto non esserlo

[oblo_image id=”1″]“Defiance” (“I giorni del coraggio” secondo l’inutile, come al solito, mania italiana di sottolineare i titoli stranieri con qualcosa che faccia capire all’ottuso italico di cosa stiamo parlando) racconta, per mano del regista Edward Zwick, la vicenda dei quattro fratelli Bielski, che dopo aver perso entrambi i genitori durante l’avanzata tedesca verso Mosca (spazzata via l’anno successivo, il 1942, dal Generale Inverno a Stalingrado) si rifugiano nelle foreste della loro regione per diventare partigiani e, forse un po’ loro malgrado, eroi per caso. Tuvia, Zus, Asael e il piccolo Aron raccolgono a poco a poco intorno a sé, grazie alla loro fama, una nuova comunità. Quasi una nuova “tribù” israelita, che attraverso varie peripezie riuscirà a sopravvivere a tutti i nemici, tedeschi compresi.

Detto questo, l’idea del film, il soggetto, era veramente buona. Ebrei che non subiscono solamente le angherie dei nazisti, ma anzi prendono le armi, si ribellano e diventano partigiani. C’è anche però da dire che è una storia vera, e pur con qualche manipolazione (la ribellione di Zus che si unisce ai partigiani russi, l’età di Asael che risulta più giovane rispetto alla realtà) poteva reggere. Purtroppo, e c’è il sospetto che ciò sia stato fatto pure volontariamente, tutto il film si trasforma in una sorta di favola sulla sopravvivenza in cui, pur tra i dilemmi del protagonista (un Daniel Craig che comincia a sapere un po’ troppo di 007), tutta la trama sembra svilupparsi secondo una morale precostituita piuttosto che seguendo un normale svolgersi degli eventi. E fare di un evento realmente accaduto una parabola non è un delitto, ma rende francamente il film poco credibile. Diventa quello che in realtà rischiava di essere: un film sulla resistenza bielorussa fatto da americani. Un concetto che parla da sé.

Sarà per questo, probabilmente, che la sua bella nomination “Defiance” se l’è presa per la colonna sonora: niente di esaltante, ma consona al carattere epico che Zwick ha voluto dare alla sua pellicola. Una sensazione di oppressione continua ripresa, da un certo lato, dall’unica cosa veramente riuscita del film, il fatto di essere riusciti a dipingere il “nemico” dei protagonisti nel migliore dei modi possibili. E cioè, non mostrandolo affatto o quasi.

Il vero nemico dei Bielski e dei lori compagni non è l’esercito tedesco, non è l’inverno che attanaglia la foresta, non sono i bielorussi collaborazionisti. Il loro vero nemico è la paura di non farcela. E in questo Zwick è bravo, dal momento che “nasconde” fisicamente i soldati nazisti, più spesso vittime dei Bielski che non carnefici, lasciando l’unico attacco veramente devastante agli Stukas. Nemici irraggiungibili. Lontani. Quasi invisibili. Eppure terribili. Come la paura.