sabato, Gennaio 16, 2021
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Cara società, ma cosa vogliamo fare della Juve?

[oblo_image id=”1″] Anche facendo uno sforzo, le sconfitte della Juve non possono scivolare via come banali incidenti di percorso. Per oltre un secolo, la Vecchia Signora era la squadra da battere. Ha perso, a volte anche in modo sonoro, ma la certezza era che chi volesse vincere lo scudetto, doveva necessariamente fare i conti con i bianconeri. La squadra con più tifosi e con più nemici, l’unica ad avere più difficoltà a riempire lo stadio nella propria città piuttosto che in un’altra location. Ci sono stati momenti bui, tonfi, beffe e delusioni ma erano sempre accompagnati dalla voglia di riscatto, dalla rabbia di chi non attendeva altro che l’occasione per ritornare a guardare gli altri dall’alto in basso. Ora, la nuova proprietà appare disarmante nel metabolizzare ogni risultato a metà strada tra serenità e apatia. Dopo lo tsunami della passata stagione, vi era la convinzione quanto meno di non poter far peggio. Ed invece la Juve di Del Neri ha meno punti di quelli di Ferrara: certo il clima intorno alla squadra è più positivo, ma a preoccupare è una tranquillità che a tratti sfiora la rassegnazione. La squadra è stata eliminata in Europa League riuscendo nell’impresa di non vincere una partita nei doppi incroci con Lech Poznan e Salisburgo. La dirigenza ha gettato acqua sul fuoco, anzi ha invitato a guardare il bicchiere mezzo pieno garantendo che la mancanza di impegni internazionali avrebbe preservato energie per il campionato. E in effetti la banda di Del Neri, seppur tra alti e bassi, si era presentata alla pausa con una classifica ancora aperta a qualunque scenario. Su come sia iniziato il 2011 meglio stendere un velo pietoso, ma non si può non fare una riflessione sulle parole di Andrea Agnelli. “E’ stato un incidente di percorso, una buccia di banana”. Tutto normale, insomma. Peccato che un 1-4 con il Parma non possa essere accettato senza scomporsi da chi possiede il DNA bianconero. A meno che proprio la Juve abbia perso la propria identità e che le sconfitte siano diventate compagne di viaggio sempre meno indigeste. Con tutto il rispetto e la gratitudine per un ex campione, l’acquisto di Toni ha le sembianze di una toppa e non di un vestito di gala preso per tornare ad essere i più eleganti ad un ricevimento di gala. Non appare un sussulto d’orgoglio di un club che vuole rialzare la testa facendo paura alle rivali. E dopo aver visto la squadra ridicolizzata dal Napoli con 70.000 persone ad alzare tre dita, si è registrato lo stesso atteggiamento distaccato, abulico. Proprio mentre si attenderebbe un segnale di riscossa, un intervento sul mercato, un richiamo all’ordine, uno stralo verso gli avversari per rivendicare il proprio prestigio. Sentirsi dire che tutto va bene anche quando si incassano sette gol in due gare ha lo stesso significato di una raccomandazione a non perdere la calma quando si sta sprofondando nelle sabbie mobili. Non è più tempo di temporeggiare. Alla società, in particolar modo alla proprietà, si aprono tre strade. La prima è di dichiarare apertamente che il ridimensionamento non è effimero: i sostenitori si armino di pazienza e si preparino ad altre stagioni di transizione. La seconda via è quella di investire bene e generosamente per rafforzare una squadra che ha ancora delle lacune evidenti. Non bisogna buttare via tutto: alcuni acquisti della scorsa estate si sono rivelate mosse indovinate. Ma sono stati accompagnati dall’arrivo di parametri zero e non è un caso che siano stati proprio loro (Motta, Rinaudo, Traore ecc.) a non garantire un contributo alla causa. Contro il Napoli la squadra ha sofferto (come sempre sugli esterni) e la spiegazione per una volta è logica: i partenopei, anche senza svenarsi, hanno speso molto più dei bianconeri in quella zona di campo e hanno preso elementi non eccezionali ma di sicuro affidamento come Maggio e Dossena. Se la Juve vuole tornare a vincere deve, almeno ora, mettere mano al portafoglio per annullare il gap con le squadre che la precedono in classifica. Soltanto dandogli un budget all’altezza, si potrà poi valutare il lavoro di Marotta. La terza opzione è quella di vendere la società. Una scelta dolorosa, contro la tradizione ma necessaria per trovare un nuovo proprietario pronto ad investire capitali con l’intento di non far smarrire definitivamente alla Juve la sua indole, quella malformazione che ha sempre portato coloro che lavorano, giocano o tifano per la Vecchia Signora a credere che le sconfitte non fossero altro che brevissime pause tra una vittoria e l’altra

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