All Blacks e una maledizione chamata Francia

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[oblo_image id=”1″] La prima volta era il giorno della presa della Bastiglia. 14 Luglio 1979, quasi trent’anni fa i francesi violavano il tempio neozelandese d Wellington. Un’umiliazione per una nazione che vive il rugby come una religione, dove prima di ogni partita bisogna fermarsi per celebrare l’haka, la danza rituale del popolo Maori. Doveva essere un miracolo sportivo, ha segnato l’inizio di una maledizione. Perchè la Nuova Zelanda è da sempre capolista nel ranking mondiale ma non riesce a sfatare l’incubo transalpino. Altre due sconfitte nel 1994, quella pesantissima nei mondiali 2007 e infine l’ultimo test match di Dunedin. Non importa che si trattasse di un’amichevole, perchè nel rugby non esistono amichevoli. E’ una questione di cultura: le convocazioni per la nazionale sono più seguite dei risultati elettorali, i giornali aprono con le notizie sugli all blacks, gli altri sono considerati sport minori. Perchè puoi giocare a calcio, tennis o basket, non a rugby. Per questo si dice rugby man e non rugby player. La Francia ha vinto con testa, cuore e gambe. Soprattutto con quella sicurezza tutta transalpina che sfiora l’arroganza. La stessa che può far perdere partite abbordabili ma consente imprese memorabili. I galletti hanno iniziato sontuosamente con un devastante parziale iniziale di 17-3. Hanno sofferto il prevedibile ritorno dei padroni di casa fino al 17-17. Subita la rimonta, un’altra squadra si sarebbe dissolta. La Francia è ripartita e ha colpito nel finale con glaciale killer istinct chiudendo per 27-22. Cala il gelo a Dunedin, occhi bassi in campo e sugli spalti. Un’onta da lavare – almeno parzialmente – già sabato prossimo nella rivincita di Wellington. Ad attendere gli all blacks ci saranno le loro bestie nere: da Trin-Duc a Servat, da Medard a Chabal la convinzione è di poter bissare il colpaccio. Una fiducia che fa invidia soprattutto all’Italia dell’ovale surclassata dall’Australia per 31-8 nella prima esibizione della tournee nell’emisfero sud. A punirci è stato un ragazzino di 18 anni: James O’Connor, tre mete contro gli azzurri e un futuro da predestinato. Per i ragazzi di Mallett, la solita prestazione dignitosa ma senza acuti. Per il momento le imprese appartengono ad altri. Allez les bleus, chapeau.