A Palazzo Ducale l’arte del manifesto senza più muro

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Secondo Pietro Marchesani, illustre polonista è traduttore delle poesie del premio nobel Wyslawa Szymborska: “Ci sono tesori che neppure ci immaginiamo dall’altra parte e risorse intellettuali e culturali che nell’Ovest sazio e pingue sembrano straordinarie meteore troppo luminose per essere osservate a occhio nudo”. L’altra parte a cui si riferisce il professo Marchesani, ovviamente , è quella parte di Europa che una volta era oltre il muro di Berlino.

[oblo_image id=”3″]A vent’anni dalla caduta del muro Genova ci offre la possibilità di osservare alcune di quelle succitate e straordinarie meteore, in questo caso l’Arte del Manifesto per lo Spettacolo prima e dopo la storica svolta polacca del 1989. Duecento sono i plakaty, le opere d’autore (troppo riduttivo il termine italiano manifesto) firmate da Wieslaw Walkuski, Stasys Eidregevicius, Wiktor Sadowski, Rafal Obinski e molti altri ancora, accompagnati dalle installazioni di Danièle Sulèwic.

La mostra si divide in dieci sale in un percorso tematico che vuole essere esplicativo nella forma risultando meraviglioso nella sostanza. La storia del manifesto teatrale è storia culturale e sociale della Polonia, angolo centrale d’Europa, ma è anche la storia del concetto del mondo espressa attraverso Strindberg, Pintor, Shakespeare, Collodi, Brecht, Beckett. Una storia rappresentata dai suoi re, manifesti degli antipodi: Ubu Re di Alfred Jarry, seduto inebetito come su di una sedia a rotelle che fortemente contrasta con l’immagine di Re Lear che piange sangue ma, triste a leggerlo, anche questa è storia e anche questa è Europa con le sue vittime e le sue guerre.

L’ouverture è lasciata ad alcuni pertinenti e ironici versi della poetessa Wislala Szymborska dove la Polonia viene descritta come una terra lontana, sconosciuta, morsa dal freddo, dove i poeti sono costretti a scrivere le loro poesie indossando i guanti e i suicidi devono invece scavare buchi nel ghiaccio per riuscire nel loro intento e poi si para un muro simbolico tra noi e la mostra vera e propria: “L’Europa verticale” , reportage fotografico a cura di Monika Bulaj e Paolo Rumiz.

[oblo_image id=”2″]Per un popolo come il nostro abituato a vedere la sua nazione in senso verticale (Nord e Sud) e associare all’Europa un concetto orizzontale (est e ovest) , scoprire la seconda dimensione europea, quella verticale, può riservare davvero molte sorprese. Il tema di questo antipasto artistico è un viaggio dal Nord Europa fino a Gerusalemme, raccontando storie e situazione di uomini figli di una geografia labile che troppo spesso non si accompagna alle loro radici. “Si può capire il teatro polacco seguendo una loro messa” rivela Maifredi, regista italiano che ora lavora in Polonia, e così in religioso silenzio si assiste alla proiezione del film di Wajda (in lingua originale con sottotitoli in italiano) dedicato alla Classe Morta di Tadeusz Kantor. A fianco dello schermo, troneggia il manifesto, di hitchcockiana memoria stilistica, “omaggio a Tadeusz Kantor” di Lex Dreinski.

Allontanandoci dalla lezione di Kantor, sentiamo in lontananza la musica di Zbigniew Preisner, compositore che più volte ha lavorato con il regista Krzystof Kieslowski, scritta per “La doppia vita di Veronica”. Il filo musicale ci consegna al Kaddish in memoria di Faiga Szulewicz dove restano una sedia vuota e uno sgabello vuoto, rivolti verso il pubblico, unici testimone del genocidio e quattro sculture di corpi carbonizzati scontano la loro colpa di essere stati vivi. Il passo dal genocidio, all’olocausto, al nazismo e alla politica apre le porte alla comunicazione e alla propaganda. Campeggiano qui celebrazioni socialiste come il primo maggio, la festa dei lavoratori e quella dei contadini fino alla celebrazione di Nowa Huta ed è quindi normale che il nostro pensiero torni Wajda e al suo l’Uomo di Marmo.

Si è ormai aperto il muro del manifesto rivelando squarci, buchi, inquietudini, incubi, sogni e opere d’arte. Grazie alle immagini artistiche si dissolve la forte retorica di parole come politica, nazionalismi e frontiere che si spezzano come fragili cristalli spinati ed è impressionante l’installazione “Il muro“ composta da una serie di capotti originali dell’esercito polacco, non riproduzioni teatrali, ma divise vere che hanno fatto e subìto la guerra. A riportarci nella dimensione teatrale c’è un burattino gigante dell’ufficiale che resta lì, immobile mentre le frontiere si sgretolano e il mondo che conosceva scompare sotto i suoi occhi e alla sua destra, l’occidente, ecco comparire i primi manifesti dell’epoca di Solidarnosc.

[oblo_image id=”1″]Dalla storia recente al presente trascorso il passo è lungo e ad accompagnarci abbiamo per fortuna tre grandi artisti: Walkuski, Eidregevicius e Sadowki, massimi esponenti dell’arte del manifesto che ci traghettano fino alla grafica dopo il muro e se qui le valigie non sono usate per un puro fattore estetico ma sono l’oggetto concreto a cui aggrapparsi nei naufragi della propria vita e abbagliante quanto normale che un vitreo e cartoonesco ritratto di Hitler che in un pettine tutto il suo bagaglio di uomo e di dittatore ci appare liquido, in dissolvenza secondo George Tabori. “In realtà dopo uno spettacolo simile il teatro dovrebbe essere demolito e gli attori fatti a pezzi”, era il monito di Witkiewicz che avrebbe, forse, apprezzato questa sorprendente mostra metafisica che ci lascia al nostro piccolo palcoscenico di teatranti manifestanti nell’arte e nel plauso della critica.

Oltre il muro
Tutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989-2009
dal 28 maggio 2009 al 30 agosto 2009

Ideazione progetto
Sergio Maifredi e Corrado d’Elia

Consulenza scientifica
Pietro Marchesani

Progettazione allestimento, installazioni e collage fotografici
Danièle Sulèwic con Alberto Rizzeiro

Sede della mostra: Appartamento del Doge
Pallazo Ducale, Genova
Piazza Matteotti 9

Orario: 15.00-20.oo tutti i giorni chiuso il lunedì

Prezzo del biglietto 5 euro

per informazioni
tel  010 5574064/65
biglietteria@palazzoducale.genova.it

Catalogo a cura di Krysztof Dydo (25 euro)