Pubblicato il: 15 Aprile 2014

Hillsborough , 25 anni e le sliding doors di Steven Gerrard

15 Aprile 1989 Hillsborough

Hillsborough nell'illustrazione di Marco Avoletta , Un calcio alla storia

Hillsborough nell’illustrazione di Marco Avoletta , Un calcio alla storia

Il 15 Aprile non si gioca: è il giorno della memoria di Hillsborough. Perchè il miglior modo per ricordare una tragedia, è impegnarsi per evitare che se ne possa verificare un’altra. Il 15 Aprile 1989 era in programma Nottingham Forrest- Liverpool. Doveva essere una partita, è stata un masacro. I cancelli dello stadio di Hillsborough che si aprono troppo presto e senza controllo, la folla che invade le tribune , gli spettatori delle prime file che vengono travolti: 96 di loro non si alzeranno. Dopo arriveranno i provvedimenti anti holligans, si renderanno più severi i controlli per la sicurezza, spariranno i posti in piedi. Tutte decisioni così opportune da chiedersi se non potevano essere prese prima: se ora gli stadi inglesi rappresentano un modello lo si deve alla reazione emotiva alla strage di Hillsborough.  Repressione ma anche impegno per costruire una nuova cultura sportiva e civica. Mantenere la memoria di quello che era accaduto affinchè non accadesse più: onorare le vittime, non cancellarle. Per non farle apparire una massa indistinta, per non nasconderle tra le pieghe delle pagine più nere della propria storia, il Liverpool ha deciso che quel giorno è dedicato al silenzio. E non c’è nessun silenzio assordante come quello che regala uno stadio nuovo. Il 15 Aprile non si gioca più. Tra le vittime c’era anche Jon-Paul Gilhooley, un bambino di 10 anni. I giornali dell’epoca lo celebrarono come l’immagine più struggente di un dramma collettivo. I genitori risposero con una scritta sulla corona di fiori: “To the world was a football fan. To us he was the world” (“Per il mondo era un tifoso di calcio. Per noi era il mondo”).

I genitori non parteciparono alle manifestazioni speciali, non accettarono gli inviti delle squadre. Non sempre si può rimediare, non sempre il tempo attenua il dolore. Vent’anni fa, nessuno poteva immaginare che il cugino di Jan-Pol Gilhooley sarebbe diventato il capitano e il simbolo del Liverpool. Steven Gerrard aveva 8 anni e per un pò pensò che se non si poteva più giocare con Jon-Paul, forse era il caso di smettere definitivamente con il pallone. Anche adesso continua a tormentarlo il dubbio che per qualcuno della sua famiglia vederlo su un campo di calcio possa riaprire una ferita.  Nel frattempo è diventato l’eroe della squadra per cui lui e il cugino facevano il tifo.  “Jon-Paul è stato la motivazione principale a diventare il giocatore che sono”: se ne è ricordato anche la notte del 25 Maggio 2005 quando alzava la Champions dopo la finale più incredibile della storia. Un segno del destino per qualcuno, un messaggio dall’alto per chi ci crede.

Quella partita l’ha vinta, un’altra ha preferito non giocarla. Esattamente vent’anni dopo Hillsborough sarebbe dovuto scendere in campo per provare a riconquistar il trofeo che più entusiasma. Tanto tempo ma non abbastanza da passare sopra alla propria storia personale. E così si è fatto portavoce della società per chiedere all’UEFA di anticipare la sfida con i connazionali del Chelsea. I reds non hanno passato il turno, ma sono comunque  andati ad Anfield con il loro popolo. Allora come adesso che di anni ne sono passati 25, accenderanno 96 candele prima di intonare l’inno You’ll never walk alone (Non camminerete mai da soli”. Prima di immergersi in un silenzio ovattato. Rispettoso di chi da quel 15 Aprile diHillsborough non riesce più a vedere una partita di calcio senza mettersi a piangere

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