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Italrugby, il tempo di una lacrima
Pubblicato in: Sport
di Leonardo Anzivino - 3 Ottobre 2011

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Noi italiani, è risaputo, siamo conosciuti nel mondo per molte cose: la pizza, il mandolino, la mafia e le vicende politiche sceneggiate da un autore di soap opere.Pochi al mondo però sanno del nostro movimento rugbystico, e di una nazionale che tiene incollata ai televisori migliaia di irriducibili sostenitori.

In questi giorni di incontri mondiali in Nuova Zelanda, il tifoso è chiamato a barattare il sacro riposo del fine settimana per 80 minuti di emozioni e sofferenze, al fianco di quei ragazzi chiamati a difendere i nostri colori.È ormai un rito quello di guardarli stringersi forte al suono dell’inno nazionale ed una spiacevole abitudine il vederli uscire dal campo a capo chino dopo l’ennesima sconfitta.

Per uno come me che vede ancora lo sport con gli occhi ingenui di un bambino, quest’ultimo aspetto non ha mai avuto un gran peso.Non in questo gioco dove l’obiettivo non è solo vincere, ma vincere onorando i valori umani più nobili: la lealtà, il rispetto per le regole, l’amicizia, il sacrificio.In quest’ultimo aspetto noi italiani, permettetemi un po’ di campanilismo, siamo maestri. Anche il nostro allenatore, Nick Mallet, ce ne rende merito riconoscendo alla sua squadra lo spirito del miglior incassatore che, nonostante le botte (non solo in senso metaforico) prese sul campo da avversari che in tutti i modi ti sbattono in faccia la loro antica superiorità, trova sempre le motivazioni per rimettersi in piedi per sostenere un altro round.

Questi ragazzi, questi colossi che nel mio immaginario sono la trasposizione degli antichi guerrieri, non li vedrete mai uscire dal campo per sottrarsi allo scontro fisico, anche quando saranno estenuati; non li vedrete sottrarre il proprio corpo all’impatto con i 100 e più kili dell’avversario lanciati verso la meta, non li sentirete gridare di dolore dopo l’impatto.

Ma li vedrete piangere, questo sì. Lacrime sui loro volti quando la marcetta di Mameli li riporta con la mente al proprio paese, ai loro cari in tribuna che li hanno seguiti dall’altra parte del mondo per l’appuntamento con la storia, il passaggio ai quarti di finale del campionato del mondo. Lacrime sul volto di quell’omone dell’allenatore giunto al capolinea della sua avventura con la nazionale italiana e con quei ragazzi che dopo 4 anni di lavoro sono diventati per lui come dei figli. Lacrime a rigare i loro volti quando, ricevuti i complimenti dell’avversario, si ritrovano occhi negli occhi a prendere atto che tutti i loro sforzi non li hanno portati a coronare quei sogni seminati sin da ragazzini in qualche fangoso campo di periferia. Ma chi come me ha imparato a conoscere questo sport e l’animo di chi lo pratica sa che l’amarezza e lo sconforto non dureranno a lungo, giusto il tempo di una lacrima.


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