Noi italiani, è risaputo, siamo conosciuti nel mondo per
molte cose: la pizza, il mandolino, la mafia e le vicende politiche sceneggiate
da un autore di soap opere.Pochi al mondo però sanno del nostro movimento rugbystico, e
di una nazionale che tiene incollata ai televisori migliaia di irriducibili
sostenitori.
In questi giorni di incontri mondiali in Nuova Zelanda, il
tifoso è chiamato a barattare il sacro riposo del fine settimana per 80 minuti
di emozioni e sofferenze, al fianco di quei ragazzi chiamati a difendere i
nostri colori.È ormai un rito quello di guardarli stringersi forte al
suono dell’inno nazionale ed una spiacevole abitudine il vederli uscire dal
campo a capo chino dopo l’ennesima sconfitta.
Per uno come me che vede ancora lo sport con gli occhi ingenui
di un bambino, quest’ultimo aspetto non ha mai avuto un gran peso.Non in questo gioco dove l’obiettivo non è solo vincere, ma
vincere onorando i valori umani più nobili: la lealtà , il rispetto per le
regole, l’amicizia, il sacrificio.In quest’ultimo aspetto noi italiani, permettetemi un po’ di
campanilismo, siamo maestri. Anche il nostro allenatore, Nick Mallet, ce ne
rende merito riconoscendo alla sua squadra lo spirito del miglior incassatore
che, nonostante le botte (non solo in senso metaforico) prese sul campo da
avversari che in tutti i modi ti sbattono in faccia la loro antica superiorità ,
trova sempre le motivazioni per rimettersi in piedi per sostenere un altro
round.
Questi ragazzi, questi colossi che nel mio immaginario sono
la trasposizione degli antichi guerrieri, non li vedrete mai uscire dal campo
per sottrarsi allo scontro fisico, anche quando saranno estenuati; non li
vedrete sottrarre il proprio corpo all’impatto con i 100 e più kili dell’avversario
lanciati verso la meta, non li sentirete gridare di dolore dopo l’impatto.
Ma li vedrete piangere, questo sì. Lacrime sui loro volti quando la marcetta di Mameli li
riporta con la mente al proprio paese, ai loro cari in tribuna che li hanno
seguiti dall’altra parte del mondo per l’appuntamento con la storia, il
passaggio ai quarti di finale del campionato del mondo. Lacrime sul volto di
quell’omone dell’allenatore giunto al capolinea della sua avventura con la
nazionale italiana e con quei ragazzi che dopo 4 anni di lavoro sono diventati
per lui come dei figli. Lacrime a rigare i loro volti quando, ricevuti i
complimenti dell’avversario, si ritrovano occhi negli occhi a prendere atto che
tutti i loro sforzi non li hanno portati a coronare quei sogni seminati sin da
ragazzini in qualche fangoso campo di periferia. Ma chi come me ha imparato a conoscere questo sport e
l’animo di chi lo pratica sa che l’amarezza e lo sconforto non dureranno a
lungo, giusto il tempo di una lacrima.